sabato 27 dicembre 2014

Il mio primo ciclo. Anonima.

Ho 13 anni e proprio tre giorni fa' mi era venuto. Non me ne ero accorta,stavo guardando tranquillamente un film,nessun dolore, niente.Andai in bagno e vidi sulle mutande il sangue,era quasi marroncino, ero tipo: ma che cazzo? Era da tanto che lo aspettavo,tutte le mie amiche lo hanno avuto. Ero sconvolta e felice,all'inizio pensavo che mi ero sporcata di cacca(?) :') ma poi capii. Non sapevo cosa fare,pensavo che forse non era proprio il ciclo ma qualcos'altro, così uscì fuori a fare una passeggiata e quando ritornai vidi ancora più sangue,così misi l'assorbente e il giorno dopo lo dovetti raccontare a mia madre...che vergogna!!! Lei era felice per me, mi aveva fatto delle domande tipo se mi faceva male la pancia se sapevo come funzionava..ecc. Fortunatamente niente dolori!! Ovviamente mia madre lo raccontò a mia zia, mio padre.. Che vergogna. Oggi ho visto che avevo macchioline marroni,così mi sono messa a cercare spiegazioni.. Beh adesso sento un leggero dolore alla pancia, i due giorni senza dolore sono stati belli ahahah. Però mi esce poco sangue, spero sia normale.. (: 


(Commento al post "Il mio primo ciclo. Ovvero, chi ha paura delle mestruazioni")




Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it  

venerdì 19 dicembre 2014

Costole.

La mia bacheca su facebook è stata invasa da una frase ripresa dallo spettacolo "I Dieci Comandamenti" di Benigni (io voglio ricordarlo così, prima della deriva mistica):
«State molto attenti a non far piangere una donna: poi Dio conta le sue lacrime. La donna è uscita dalla costola dell'uomo, non dai suoi piedi perché debba essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale... un po' più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata»
Pare sia un passo del Talmud e non mi stupisce che abbia avuto tanto successo: quando si tratta di robedidio l'italiano (e l'italiana) medio si emoziona parecchio.
E poi si sa, in questo paese i maschi sono molto romantici, cavalieri senza macchia né paura che vogliono proteggere le loro donne, esseri dolci e indifesi (e pure un po' scemi) che hanno bisogno di amore e protezione, come quei cuccioli tutti occhi languidi e voglia di carezze.

Probabilmente manco di romanticismo, ma ogni volta che alla parola "donna" se ne associano altre tipo "proteggere", mi sale il sangue al cervello.

Io non ho bisogno di essere protetta da nessuno, tantomeno ho bisogno di un dio che mi ha fatta nascere schiava che pretende di contare le mie lacrime.

Per fortuna frequento pessime soggette che, come me, ci tengono a sottolineare che no, non siamo nate dalla costola di nessuno, ma dal ventre delle nostre madri.

Carne e sangue di donna.





domenica 14 dicembre 2014

Voi in piedi, noi in tutte le posizioni.

Senza aggiungere tante parole, ecco come sono state salutate a Roma le sentinelle in piedi, gruppo di omofobi che inneggia alla "famiglia tradizionale" e si fa difendere da coatti fascisti che strappano striscioni e imitano Mohammed Alì per intimidire le compagne che protestano (con scarsi risultati, a dire il vero).






















"Non vogliamo che nessuno, tantomeno qualche fascista, cattolico e bigotto ci dica come vivere le nostre vite, come esprimere i nostri desideri e come gestire i nostri corpi".

E poi le contestazioni a Forlì, a Milano, a Brescia...
Non vi lasceremo un momento di tregua.

Ah, mentre le simpatiche sentinelle smobilitavano puntualissime alle 18, ho voluto tirare fuori un libro anche io.

venerdì 5 dicembre 2014

Lasciate in pace Nilde Iotti.

Durante il convegno"Nilde Iotti e l'Eleganza della Politica. Un ricordo 15 anni dopo." tenuto nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, Livia Turco ha detto che Iotti avrebbe fatto il tifo per Boschi.
Penso che Nilde avrebbe fatto un grande tifo per queste giovani donne, Avrebbe fatto un grande tifo per te, Maria Elena Boschi, nel ruolo che ricopri, per le riforme che veramente speriamo che il Parlamento [...] riesca ad approvare. [QUI]
Sinceramente non ce la vedo Iotti a fare il tifo per una donna arrogante come sa essere Boschi, ma purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerla, quindi sospendo il giudizio.

Quello che trovo interessante è la "traduzione" che è stata fatta delle parole di Turco: "Livia Turco paragona Maria Elena Boschi a Nilde Iotti".

Povera Nilde, non è la prima volta che il suo nome viene accostato a qualcuna per cercare di dare una "dignità" alla sua presenza sulla scena politia del paese. Inarrivabile in tal senso rimane il paragone Iotti/Minetti ad opera di Santanchè.

L'immensa "colpa" di Iotti è stata quella di essersi innamorata di un uomo. Un uomo sposato, con un figlio, segretario di un partito che per quanto si dichiarasse estraneo alle logiche borghesi ha fatto parecchia fatica ad accettare quella relazione.

Le parole di Turco, o meglio la "traduzione" che ne è seguita, hanno solleticato gli istinti più beceramente sessisti dell'italiano/a medio/a.

Spiccano in tal senso lo stato facebook e i due tweet di Andrea Colletti, deputato del M5S che deve aver trovato l'occasione troppo ghiotta per tacere. In un attimo può insultare Boschi per interposta persona. Fortunello.

"Infatti era l'amante del capo".
In quell'"infatti" c'è una quantità incredibile di ignoranza e disprezzo.

Ignoranza per la storia politica di Nilde Iotti, innanzi tutto. 
Una donna che si è spesa in prima persona per portare il paese fuori dall'incubo fascista, che ha lottato per tutte le donne prima nei Gruppi di Difesa della Donna e poi nell'UDI, che ha lavorato in Parlamento (ricordo a chi si fosse distratto che è stata la prima donna Presidente della Camera e che è stata ad un passo dall'essere la prima Presidente del Consiglio) dimostrando quello che Colletti le sta rinfacciando: di non aver fatto carriera politica sulla base delle sue relazioni amorose, cosa che peraltro spiegò chiaramente in un'intervista a Biagi nel 1983.

Disprezzo per ogni donna che ricopra un qualsiasi ruolo pubblico e politico (5stelle escluse. Tranne Salsi, ovviamente), che di certo non ha meritato e non merita.


I commentatori/fan di Colletti sono perfettamente in linea col loro deputato:

sicuramente è stata capace, abile e lungimirante, infatti, poco più che ventenne, sempre con estrema eleganza ed in modo disinteressato, si è "fidanzata" col leader comunista, di 30 anni più vecchio ( sposato e con un figlio) e le si sono spalancate molte porte. In quegli anni avrebbe fatto la stessa splendida, lunghissima carriera se si fosse fidanzata con un poveraccio?
Iotti?? E cosa ha fatto?? Tranne essere stata l'amante di quel mezzo dittatore di Togliatti? ...per le donne che prendono la Iotti come esempio, mi dispiace, ma riconfermano il solito stereotipo, che evidentemente non è poi tanto tale, della donna portata a ricoprire ruoli grazie all'uomo amante, riducendo la donna ad essere eterna subalterna.
Questi due commenti, il primo di una donna, l'altro di un uomo, mostrano non solo - di nuovo -  la totale ignoranza di chi li ha scritti in merito alla storia politica di Iotti, ma anche che certe idee non sembrano poter cambiare mai: una donna, se è al potere (di qualsiasi potere si parli) deve aver fatto sesso con un uomo potente. Punto. 
Non ci sono meriti, non c'è fatica, non c'è lavoro: se una donna ha potere è perché l'ha data.
Consiglio a Colletti e a chi crede che la carriera di Nilde Iotti si sia basata sul suo rapporto con Togliatti "Ma chi è quella signora", capitolo V di "L'uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia", 1984.

Provare a spiegare a Colletti che il suo pensiero è intriso di sessismo fino alla nausea è stato inutile, così come senza esisto è stato consigliargli di leggere la definizione di "sessismo" che si trova sul sito della Treccani.
Colletti ha preferito invitare chi lo ha fatto a "salutare qualche arrestato" ("e allora il PD" è ormai la risposta standard di qualsiasi 5stelle che non sa come controbattere) o di aspettare per sapere cosa avrebbe risposto "l'estetista della Moretti".

venerdì 28 novembre 2014

Il mio primo ciclo. Anonima.



Il mio primo ciclo l'ho avuto a 15 anni, era un pomeriggio durante la settimana e quando sono andata a fare pipí ho visto la macchia. Nessuno mi spiegò nulla, sapevo già tutto la parte scientifica per la scuola. Quando lo dissi a mia madre lei diventò rossa e mi disse che tanto sapevo già. Da noi le mestruazioni sono un grande tabù quindi non ci fu nessuna festa anzi l'argomento fu evitato. Mentre ero di sopra sentí mia madre dirlo a mio padre e fu molto imbarazzante anche perché lui non le rispose e non mi disse mai nulla, quel giorno fui ignorata. Imparai presto a nascondere gli assorbenti, a lavarmi i vestiti macchiati in segret e a buttare gli assorbenti solo fuori casa e mai nella pattumiera. Ancora oggi con i miei lo faccio. Ho iniziato a viverle normalmente soltanto con il primo fidanzatino che fu molto dolce. Ancora ho il trauma ben impresso ma credo che forse andando a vivere via riuscirò a viverla meglio.

Anonima



Per raccontare le vostre prime mestruazioni: ritentasaraipiufortunato@outlook.it  

mercoledì 26 novembre 2014

Il problema del maschio italiano.

No, davvero, tocca capire che tipo di problema abbiano i maschi italiani con le donne.

Con le donne "di successo" e con quelle "normali".
Con tutte quante le donne, di ogni colore, età, estrazione sociale.
Con quelle che hanno raggiunto posizioni importanti e di successo sul lavoro, con quelle che studiano, con quelle che vendono frutta e verdura e con quelle che fanno le istruttrici di nuoto, con le bionde, le ricce, le magre, le grasse.
Proprio con le donne in quanto tali.

Sono seria, è arrivato il momento di capire che problema ci sia alla base di quello che leggo e ascolto ogni giorno.

Perché se quando per la prima volta in Italia una donna finisce nello spazio i commenti sono centrati sulla sua capacità di parcheggiare, le battute scomodano la "cagna Laika" e gli aggettivi sono tutti per il suo aspetto fisico, allora un problema c'è ed è grave.


Non è solo un'incredibile mancanza di senso dell'umorismo, è proprio un problema serio, serissimo e comprenderlo per affrontarlo è un dovere per tutte noi e per tutti quegli uomini che nonostante siano pisellomuniti riescono a non considerare le donne come delle cose un po' sceme che al massimo possono lavare i piatti e stirare (dopo aver fatto un paio di pompini per ottenere in cambio qualcosa, ovviamente).



 







Che poi forse, molto banalmente, il problema sono io, che ancora mi stupisco davanti a certe cose, quando il Dipartimento per le Politiche Antidroga ha tra gli "esperti" della Consulta nazionale antidroga, "istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le politiche antidroga", uno come dj Aniceto, autoproclamatosi "dj antisballo" e "individuatore di zoccole nel mondo dello show business" che mentre inneggia al latte contro la droga riesce a trovare il tempo per twittare che una donna che fuma camminando "è una..." o che dà della troia a una ragazzina coi capelli blu.


Amici uomini che non siete così, che quando avete visto Cristoforetti col tutone da astronauta avete pensato "abbada! Che grandissima!"; voi che quando vedete un'adolescente coi capelli blu ripensate alle liti con i vostri genitori per quell'unica frezza verde fatta al liceo, fate qualcosa!

Amici!
Aiutate i vostri simili ad uscire dallo stereotipo che li ingabbia, aiutate noi a capire cosa c'hanno questi nel cervello.

Vi prego, se non siete come loro, ditelo.
Ditelo spesso, sempre, ad ogni occasione.

Perculate senza pietà il vostro compagno di calcetto che fa le battute sulla squadra femminile che gioca nel campo accanto, spiegate al vostro collega che la vostra capa non l'ha data a chiunque per raggiungere la posizione che ha, dite al vicino di casa che le battute su quella del terzo piano che guida una moto di grossa cilindrata non solo sono ridicole, ma sembrano nascondere complessi insoluti, fate presente al papà dei vostri bimbi che la maestra d'asilo non è un porno soft con Alvaro Vitali.

Insomma, fatevi carico anche voi di aiutare i vostri amici maschi a non essere così stronzi, ché non possiamo fare sempre tutto noi: abbiamo altro a cui pensare.

Tipo che sta per chiudere il Repartino per l'IVG del Policlinico Umberto I di Roma (a meno che il Direttore Generale Alessio non mantenga quanto promesso alle Compagne di Io Decido che sono andate a dirgli la loro).

mercoledì 19 novembre 2014

I'm lady like.

Il bello del PD è che finalmente le donne che porta al potere sono diverse da quelle cui siamo state tristemente abituate per decenni.

Negli ultimi venti anni la destra non ha fatto che dire (a ragione!) che le donne di sinistra sono dei cessi a pedali, tristi, sporche, sgraziate. Brutte. E noi donne di sinistra non abbiamo fatto niente per dimostrare che qualche bonazza è anche qui.

C'è voluto il Rottamatore in tutto il suo vigoroso e giovane splendore per distruggere finalmente questa terribile tradizione. 

Grazie a lui finalmente il centrosinistra sta cambiando verso, anche e soprattutto esteticamente.

Nilde like style
Basta con le gonne troppo lunghe e le pettinature troppo austere Nilde like!

Guardatela, con questa faccia da maestrina di periferia, la collana dozzinale, il vestito da bancarella, la ricrescita.

Noi non vogliamo essere così.
Finalmente il PD prende il toro per le corna, non si nasconde davanti al pressante problema della bellezza in politica e senza paura risponde ai problemi delle donne di oggi, per bocca di una donna giovane, bella, realizzata e sempre in ordine, cui tutte noi guardiamo con adorazione e un pizzico di invidia.

Bella, intelligente e preparata, come lei stessa si descrive: Alessandra Moretti.

Già a settembre Moretti ci aveva spiegato l'importanza della bellezza in politica, senza peraltro dimenticare la parità di genere, perché lei è una che a certe cose mostra di tenerci tantissimo: «Capisco che al pubblico maschile faccia piacere vedere una bella ragazza in costume, ma immagino che il pubblico femminile sarebbe contento di vedere anche i politici nei loro momenti privati».

Infatti!

Noi donne bramiamo foto intime di Giovanardi, Di Battista, Di Maio, Alemanno, Marino, D'Alema... noi non aspettiamo altro!

Mentre facciamo i conti col lavoro che non c'è, con l'emergenza casa, con la monnezza che ci soffoca, insomma, con quelle cose noiose di tutti i giorni, noi abbiamo un solo pensiero in mente: i momenti privati dei politici.

Altro che gender gap, obiezione di coscienza, disoccupazione. 
Noi vogliamo vedere le foto di Renzi che mangia il gelato seduto su uno scoglio in riva al mare guardando tramontare il sol dell'avvenire. Vogliamo Fassina nudo e Salvini sotto la doccia.

E poi basta, davvero, è ora di dire senza paura che «La bellezza è un valore, anche in politica», perché è il nostro biglietto da visita.
Ancora con quelle storie su onestà, integrità, moralità. Ancora palle su cultura, preparazione, capacità.

Roba vecchia, trita, demodé.

Io mentre guardo e riguardo il video di Alessandra Moretti.
E se però dovesse esservi sfuggita la lezione di settembre, Alessandra è pronta a ribadire i concetti portanti della sua idea di estetica politica in un video istruttivo e finalmente definitivo (?) sull'argomento, che ogni donna dovrebbe vedere in loop.

La politica, care, deve essere prima di tutto lady like, che vuol dire accompagnare i figli a scuola di corsa, saper fare bene la pasta al pomodoro, non mettere gli occhiali da sole e andare dall'estetista ogni settimana.
Bisogna prenderci cura di noi, amiche.

Basta alla donna di sinistra con baffi e peli in ogni dove.

Non è lady like.

Sì, lo so che qualcuna di voi non ha tempo per andarsi a fare la ceretta ogni settimana perché c'è il presidio contro lo sgombero di una casa occupata da famiglie che altrimenti vivrebbero per strada, c'è da manifestare contro l'obiezione di coscienza che in alcuni casi supera il 99% del personale medico nelle strutture pubbliche, o perché c'è da contestare fascisti e omofobi che fanno finta di leggere in piedi per impedire che tutte e tutti abbiano gli stessi diritti.
Ma non è una buona scusa, care mie.

Se volete fare politica e stare al passo coi tempi, dovete farvi almeno i baffetti. E no, non parlo di decolorare, ma proprio di estirpare, altrimenti non vale.

Sì, va bene, qualcuna obietterà che con gli stipendi di merda che prendiamo (se li prendiamo) non ci sono i soldi per fare meches e tinta ogni settimana e che un po' di ricrescita è meglio della pancia vuota, ma così si dimostra solo la propria triste pochezza.

Siate lady like, amiche!

Nel mio piccolo, io mi adeguo e per essere al passo coi tempi e avvicinarmi quanto più mi è possibile ai nuovi canoni di bellezza, Alessandra mi ha regalato la depilazione dei peli del naso.
 



P.S. Lo sapete perché Livia Turco ha pianto parlando del calo di iscritti nel PD? Perché nel suo armadio da ex comunista ha trovato solo completi marroncini e castigatissimi.


giovedì 30 ottobre 2014

Di uteri che distruggono scuole.

Ho sempre saputo che la scuola italiana avesse grandi problemi.
Tredici anni di scuola pubblica me lo hanno confermato.

Credevo che i suoi guai avessero a che fare con strutture spesso fatiscenti, anche nelle scuole "dei quartieri alti", tipo la mia scuola media di San Saba, che tremava così tanto che avevamo tre campanelle, una per piano, perché era troppo pericoloso uscire tutti insieme e che è stata chiusa un paio di anni dopo il mio esame di terza media per diventare un bellissimo hotel cinque stelle, anziché essere rimessa in sesto e lasciarla a studentesse e studenti. 
O il mio prestigiosissimo liceo classico, con la "palestra" delle ragazze che in realtà era poco più grande di due aule, dei bagni del secolo precedente e che pochi giorni fa ha visto crollare un pezzo di cornicione.

Immaginavo che uno dei problemi fosse, per dire, il taglio dei fondi, che -tra le altre cose- sta praticamente eliminando piano piano le ore di sostegno.
Ero quasi convinta che un altro problema fondamentale potesse essere rappresentato dalle migliaia di insegnanti che rimangono precari/e a vita.
O magari la dispersione scolastica, soprattutto in "certi ambienti".
Forse la carenza di asili nido comunali.
O ancora ciò per cui ho manifestato per tutti gli anni del liceo, cioè i continui tentativi di sovvenzionare le scuole paritarie (possibilmente di preti e suore) mentre quelle pubbliche cadono a pezzi.

Cose così, insomma, i grandi classici.

Mai, giuro, mai avrei creduto che il problema della scuola italiana potessero essere le donne in età fertile.

E invece per fortuna Il Messaggero me lo spiega chiaro chiaro, in un articolo a firma di Pietro Piovani che ha un po' di tutto: sessismo, classismo, luoghi comuni sulle donne che non hanno voglia di lavorare e quindi "si fanno mettere incinta".

Sei precaria? Insegni in culo ai lupi? La scuola dove lavori non ti piace?
Non c'è problema!
Trova un donatore di sperma e sei a posto.
[...] Cosa fa una maestra precaria che si trova a lavorare in una scuola dove l’ambiente è ostile? Si fa mettere incinta dal marito, così per qualche mese può starsene a casa, poi l’anno successivo sceglierà un’altra scuola.
[...]
E un’insegnante che finalmente ottiene il ruolo ma, trovandosi in fondo alla graduatoria, è costretta per il primo anno ad accettare un posto lontanissimo, con svariate ore di viaggio all’andata e al ritorno (facendo due esempi a caso fra i tanti: Subiaco e Montelibretti)? Festeggia l’assunzione a tempo indeterminato con il concepimento di un bel bambino e tutto è sistemato. E se una giovane professoressa del Sud vuole tornare a casa, invece di continuare a spendere quasi la metà dello stipendio per pagarsi una stanza in subaffitto nella capitale, che può fare? Convincere il fidanzato meridionale a sposarla e a fare un figlio, per chiedere l’assegnazione provvisoria in un istituto della sua città.
Capito? Basta "farti mettere incinta" (no, tranquille/i, non partirà il pippotto sul perché "farsi mettere incinta" è una frase che mi fa venire l'orticaria) e il tuo problema è risolto.

E se domani la maestra delle vostre bimbe/i vi dirà che è incinta, ditele che «Le docenti incinte sono solo un sintomo della crisi della scuola italiana». 
Sicuramente apprezzerà.

mercoledì 29 ottobre 2014

Di battute e molestie.

Qualche giorno fa una donna ha inviato una lettera aperta alla CGIL per denunciare un episodio sessista durante una manifestazione contro il jobs act.

Vale la pena leggerla tutta.

Se questo è un compagno – Lettera sul sessismo nella Cgil
Vi chiedo se, secondo voi, è un compagno quello che ieri (16 ottobre), sventolando con orgoglio la bandiera della Cgil durante il corteo promosso dalla Cgil Emilia-Romagna a Bologna, si è sentito legittimato a fermarmi, farmi togliere le cuffie dalle orecchie e chiedermi se la scelta del colore verde per i miei capelli stesse a indicare che la via era libera e potessero passare tutti.
Vi chiedo se, secondo voi, è un compagno quello che spalleggiato dagli altri “compagni”, dall’alto della sua stazza da operaio e dei suoi cinquant’anni e anche più, si è sentito in diritto di dire a una ragazza poco più che ventenne che è meglio che non si faccia i capelli rossi, perché poi attirerebbe troppi tori ed è ancora troppo piccola per gestire certe cose.
Vi chiedo se, secondo voi, sono compagni quelli che ieri mattina, mentre attraversavano le strade di Bologna per chiedere che venissero tenute giù le mani dall’articolo 18, mi fischiavano dietro, mi fissavano il corpo e, assicurandosi che io potessi sentirli, si dispiacevano ad alta voce di quanto fosse un peccato che la mia gonna fosse larga e non potessero vedere la forma del mio culo.
Vi chiedo se sapete che mentre aprite il comizio sul palco di Piazza Maggiore dicendo “compagni e compagne” e cantate Bella Ciao, in mezzo al corteo, dei “compagni” tengono simili atteggiamenti, e gli altri non intervengono, ma alla peggio li supportano.
Mi chiedo per voi cosa significhi la parola “compagn*”.
Forse ormai avete preso l’abitudine a usarla e l’avete svuotata di ogni significato.
Forse sarebbe ora di riempirla di nuovo.
Cantavate Bella Ciao, la canzone simbolo della Resistenza e quindi dell’antifascismo.
Vi chiedo se secondo voi l’antifascismo è antisessismo.
Vi chiedo se quando vi lamentate perché i vostri diritti non vengono rispettati, comprendete che anche i miei di donna, comportandovi in un certo modo, non sono rispettati.
Vi chiedo se quando vi lamentate perché siete schiavi dei padroni, vi rendete conto che ieri avete cercato di far diventare me vostra schiava.
Vi chiedo se pensate che i diritti del lavoratore siano di serie A e quelli della donna di esser rispettata in quanto tale siano di serie B.
Nel vostro statuto scrivete: “L’adesione alla Cgil comporta piena eguaglianza di diritti e di doveri nel pieno rispetto dell’appartenenza a gruppi etnici, nazionalità, lingua, orientamento sessuale, identità di genere, culture e formazioni politiche, diversità professionali, sociali e di interessi, dell’essere credente o non credente”.
Ieri la mia identità di genere non è stata rispettata.
Non vi scrivo questo perché voglio fare di tutta l’erba un fascio. Non credo affatto che nella Cgil tutti siano così, e lo dico perché mio padre, da operaio, è stato rappresentante CGIL di fabbrica e ora che è in pensione lavora per lo Spi, e quindi i valori della Cgil li conosco bene, essendo quelli, tra gli altri, con cui mi ha cresciuta.
Vi scrivo perché penso che questi atteggiamenti maschilisti e sessisti debbano emergere, perché prendere coscienza che esistono è il primo passo per poterli combattere e sradicare. E spero proprio che sia vostro interesse farlo.
Clara Vecchiato
Leggere questa lettera mi ha fatta arrabbiare, ma la cosa peggiore, per me, è che non mi ha stupita affatto.
Il sessismo tra i "compagni" esiste da sempre e viene negato o "difeso" come se si trattasse di simpatiche battute tra amici anche tra i "duri e puri".

«La prima è una semplice battuta, da prendersi con quattro risate, che non fa male a nessuno. La seconda, bisogna vedere con quale spirito è stata pronunciata. In entrambi i casi, chi ne fa un problema politico è fuori dal mondo. Una volta a battute del genere si rispondeva "per le rime" e la cosa finiva lì. Anzi, spesso era il battutaro che ci faceva una figura barbina...»
«Si possono fare battute. Chi le sa prendere, risponde a tono o incassa. Chi non le sa prendere, s'incazza. A questi ultimi le battute non si fanno più. Punto. Nessun problema politico. Ecchecazzo... »
«Ma trovo ridicolo fare di un problema di educazione un problema politico. Lasciamo la politica a cose un pochettino più importanti, che di questi tempi ce se stanno a iosa. E' questione di senso delle proporzioni. »
Questi i commenti di un "compagno", che non crede che il sessismo e le molestie (ebbene sì, anche fare battute sessiste o a sfondo sessuale è una molestia) siano un problema politico, ma solo questione di buona educazione. 

La politica è una cosa seria, certo non può occuparsi di questioni simili.
Insomma, dare della mignotta ad una compagna (perché per come la vedo io la battuta sulla "luce verde che fa passare tutti" di quello parla) o dirle che con il suo atteggiamento "se la cerca" (cos'altro sarebbero i "troppi tori" attirati che non si sanno gestire?) non è altro che un modo di fare di qualcuno un po' maleducato, sono cose che andrebbero prese "con quattro risate".
Oppure, se non sai rispondere a tono, "incassa" e al massimo incazzati. Che problema c'è?
Di certo non è un problema politico.
Ci sono cose ben più importanti di questi capricci da femmine bruttine e annoiate.

Per me, invece, questo è un problema politico enorme.
Perché la battuta sessista non è semplicemente una battuta volgarotta e magari mal riuscita.
Le battute sessiste vengono da un'idea, dall'idea che la donna sia, nei fatti, un essere inferiore.

Il sessimo - lo ripeterò fino alla nausea- è assolutamente trasversale. Non risparmia nessuno e nessuna.
Nemmeno la CGIL, che nel suo Statuto parla di "piena eguaglianza di diritti e di doveri nel pieno rispetto dell’appartenenza a gruppi etnici, nazionalità, lingua, orientamento sessuale, identità di genere, culture e formazioni politiche, diversità professionali, sociali e di interessi, dell’essere credente o non credente".

                                                                                                                                                                   


Ho iniziato a scrivere questo post qualche giorno fa, poi mi sono persa altrove e ho perso un po' il filo.
Volevo cancellarlo, ma poi ho visto un video, ho letto commenti in merito e ho pensato di scrivere al volo quello che mi viene in mente così come lo penso.

Il video in questione è stato postato da Hollaback ed è stato ripreso da diversi quotidiani on line nazionali.

Una ragazza cammina per strada con una telecamera nascosta che registra le centinaia di molestie ricevute in dieci ore di passeggiata.



Ho letto in rete un lungo scambio di commenti in cui un uomo sosteneva che queste non sono molestie, ma semplice maleducazione, magari dovuta all'ignoranza e al ceto sociale dei molestatori.
La molestia verbale, insomma, non è percepita come un problema.

Eppure a tutte noi capita di continuo di sentirci fare commenti più o meno pesanti ogni volta che camminiamo, dal "ciao bella, fammi un sorriso", al classico "anvedi che culo", fino ad un più spavaldo "fammi una pompa". E a dircelo sono uomini ricchi, poveri, laureati, analfabeti.
Negare che le molestie verbali siano molestie a tutti gli effetti trattandole come "complimenti" o "tentativi di attaccare bottone" non tiene conto di quello che quella molestia può comportare per chi la riceve.
La paura di essere sola, la paura che alle parole possa seguire altro, la paura di uscire di sera, di camminare per certe strade, per certi quartieri. Questo ci limita quasi quotidianamente.

Parlate con le vostre amiche, madri, compagne, sorelle: tutte loro vi racconteranno almeno un episodio di molestia come quelli descritti nel video. E provare anche a chiedere loro come si sono sentite, se hanno avuto paura, se hanno deciso di cambiare strada, di evitare di uscire sole in certi orari e in determinati luoghi, se hanno deciso di cambiare modo di vestirsi quando escono sole.

Le risposte potrebbero sorprendervi.



Street harassment is a form of sexual harassment that takes place in public spaces. It exists on a spectrum including “catcalling” or verbal harassment, stalking, groping, public masturbation, and assault. At its core is a power dynamic that constantly reminds historically subordinated groups (women and LGBTQ folks, for example) of their vulnerability to assault in public spaces. Further, it reinforces the ubiquitous sexual objectification of these groups in everyday life. Street harassment can be sexist, racist, transphobic, homophobic, ableist, sizeist and/or classist.  It is an expression of the interlocking and overlapping oppressions we face and it functions as a means to silence our voices and “keep us in our place.”[http://www.ihollaback.org/about/]
La molestia in strada è un tipo di molestia sessuale che ha luogo negli spazi pubblici. Esiste in uno spettro  che include in "catcalling" o molestia verbale, lo stalking, le palpate, la masturbazione in pubblico e l'assalto. Il suo nucleo è una dinamica  che ricorda costantemente a gruppi storicamente discriminati (donne e persone LGBTQ, ad esempio) la loro vulnerabilità ad essere assaliti negli spazi pubblici. Inoltre, rinforza  l'onnipresente oggettificazione sessuale di questi gruppi nella vita quotidiana. La molestia in strada può avere carattere sessista, razzista, transfobico, omofobico, può riguardare un handicap, la taglia o la classe socale. Si tratta dell'espressione della correlazione e della sovrapposizione delle differenti forme di oppressione che abbiamo davanti e funziona come un mezzo per metterci a tacere e "tenerci al nostro posto".

mercoledì 22 ottobre 2014

Sala d'attesa.

Roma, Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini.
Reparto di Ostetricia e Ginecologia.

Tre donne in corridoio aspettano il proprio turno col bigliettino in mano, dopo che il marito di una di loro ha litigato a suon di "me stai sur cazzo" e "anvedi sto pezzo demmerda" con un tizio delle pulizie per questioni di numeretto preso per la moglie che sta per arrivare.

Arrivano due donne arabe, entrambe incinte, con una bimba di rara bellezza sul passeggino e chiedono informazioni alle tre. 
Una delle tre sta leggendo, ma risponde facendo notare che "se sei incinta passi avanti a tutte, mi pare ovvio".
Arriva anche un'altra donna, slava, biondissima, che prende il suo numero.
Ciascuna col suo numeretto, le tre nuove arrivate vanno in sala d'attesa.

Una delle tre donne che abbiamo conosciuto all'inizio dice alle altre a voce bassa: "So' tutte straniere. Ci sono più straniere che italiane".

Quella che legge ingoia una bestemmia e tace.

L'altra risponde ridendo col suo accento dell'Est: "Ahahaha! Sì, sono straniera anche io."

Quella che legge non ce la fa più.
"Sa, una delle poche cose buone che abbiamo qui è il servizio sanitario nazionale per tutte e tutti, al di là della provenienza geografica. Fino a che non ce lo tolgono, godiamocelo. E poi voi pagate come noi, quindi ne avete lo stesso diritto".

La "straniera" ridacchia, l'altra vorrebbe sprofondare.

La lettrice non riesce a reprimere la sua vera essenza, l'acidità, quindi  si rivolge proprio a lei, che si sta pentendo tantissimo: "E poi, scusi, ma a noi cosa tolgono le straniere qui?"

"EHM... no... cioè... volevo dire... AH! Il due sono io! Tocca a me!".

La lettrice è contenta, anche se forse avrebbe voluto litigare un po' (è da ieri che je rode).

martedì 14 ottobre 2014

Dodici anni.

Una ragazzina che viene in piscina con me quest'anno non ha ricominciato il corso.
Suo padre mi ha detto che "si è inquartata" (ingrassata, alla romana) e che anche se il medico ha consigliato di fare movimento, lei non è voluta tornare in piscina. "E poi peccato, perché era pure forte", mi ha detto.

Ho pensato a quella parola: "inquartata".
So per certo che lui non voleva usarla in senso dispregiativo e da come mi parlava mi è parso chiaro che fosse sinceramente dispiaciuto per la scelta della figlia.

Il problema mio è che a certe cose, a certe parole, ci ripenso.

E allora ho pensato a una ragazzina di dodici anni che ha sempre nuotato, che era brava e che dopo essere ingrassata non vuole più farlo.
Ora, magari si è solo stufata della piscina, può essere, ma ormai non posso smettere di pensare a quanto siamo condizionate dal nostro aspetto, quando non è perfettamente rispondente ai canoni imposti. E il condizionamento inizia sempre prima.

A dodici anni cominci a vergognarti del tuo corpo, ti guardi intorno e vedi che i canoni di bellezza sono lontani e non ti appartengono. E poi cominci a crescere, il corpo cambia, crescono i seni, i primi peli, la panzetta...
È normale, fa parte del "gioco", ma a volte fa male. Tanto.

Io col mio aspetto c'ho fatto pace tardissimo, quindi credo di capirlo.
Ormai questa cosa l'ho elaborata, ma a dodici anni non hai le capacità per farlo. Non sai nemmeno che si possa fare.
A dodici anni vedi le amiche più carine, più bionde, più magre, con gli occhi più azzurri, più alte e poi vedi te, coi tuoi capelli sempre sconvolti, secca come un chiodo, piattissima e con le sopracciglia troppo folte. Se poi ci metti pure gli occhiali e l'apparecchio ce le hai tutte (ogni riferimento a me medesima e a E.D.Z è puramente casuale).
Che ne sai del resto?
Ma soprattutto, che te ne importa del resto?
A dodici anni "il resto" è quello che vivi ogni giorno.

È ipocrita dire che non rispondere a certi canoni estetici "non è un problema", perché per moltissime questo non è vero (e senza per forza dover parlare di mentecatte -perché purtroppo spesso una donna/ragazza che "tiene" al proprio aspetto viene dipinta come una mezza cretina- o di patologie).

Forse dovremmo cominciare a pensare a come far capire alle ragazzine che quei canoni non solo non sono reali, ma soprattutto non sono una "necessità", ribadendo però allo stesso tempo che ognuna ha il diritto di essere magra, bella, curata e depilatissima, se questo le piace e la fa stare bene. 
Come femministe innanzi tutto. 

Boh, non lo so nemmeno io cosa voglio dire.
Solo che ieri ci sono rimasta di merda.
 
E mi sono ricordata di quanto mi sono sentita un cesso assoluto per decenni.





Consigli di lettura:
Francesca Sanzo (Panzallaria), Il peso della discriminazione.
Sabrina Ancarola (Mini racconti cinici), Sta arrivando l'estate... pauraaaa!!!; È colpa mia.

lunedì 6 ottobre 2014

Una risata li seppellirà.

Ieri in diverse città italiane hanno manifestato omofobi, razzisti e bigotti della peggior specie.
Gente convinta che non tutti abbiamo gli stessi diritti, che essere omosessuali è un male da nascondere, che essere transgender è abominio e che mai, per nessun motivo al mondo una coppia omosessuale potrà crescere un/a figlio/a.

Si mettono in piedi nelle piazze e pregano in silenzio, sperando che il loro dio faccia piazza pulita di quei debosciati invertiti che continuano a chiedere i medesimi diritti dei loro concittadini e delle loro concittadine, dal momento che ne condividono gli stessi doveri.
"Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna."

Dove per "libertà di espressione" si intende libertà di discriminare in base all'orientamento sessuale altrui.

100 piazze (a Roma purtroppo niente, quindi qualcuna di meno, devono aggiornare il conto).

A Bologna erano affiancati dai fascisti di forza nuova, perché certe schifezze vanno sempre a braccetto, come alla marcia per la vita.

Ma a Bergamo...
Ah! Bergamo!

A Bergamo c'era lui, vestito da nazista, col Mein Kampf, il simbolo de "Il Grande Dittatore" sul braccio e un cartello ai piedi: "I nazisti dell'Illinois stanno con le sentinelle".

Pare che sia stato identificato e accusato di "apologia del fascismo". Lui...
Evidentemente le nostre simpatiche forze dell'ordine non hanno una grossa cultura cinematografica. 


AGGIORNAMENTO:
Intervista a  Giampiero Belotti, il nazista dell'Illinois.

“Io, grande dittatore in piazza per lanciare un messaggio di pace”

 

Un'altra intervista, nella quale Belotti ci fa sapere che invece le forze dell'ordine hanno colto le citazioni:

Davvero, non pensavo! La cosa incredibile è che i poliziotti della Digos hanno colto tutte le citazioni, mentre diversi giornalisti non l’hanno fatto e hanno scritto cose come "falso Hitler" o “vestito da SA,” il corpo paramilitare dei nazisti.


http://www.vice.com/it/read/intervista-belotti-nazisti-illinois-sentinelle-641




mercoledì 24 settembre 2014

Di corpi nudi, minacce e femminismo.

I commenti di tanti uomini al discorso di Emma Watson erano prevedibili e sono sempre gli stessi, ovunque.
I vari "cagna femminista" e "puttana" si sprecano, accompagnati da giudizi sulle sue capacità di attrice, sull'utilità dell'ONU che fa parlare proprio chiunque e falsità varie sul femminismo.



La parola femminismo fa schifo, è roba vecchia e poco importa se Watson ha detto chiaramente quello che in tante andiamo ripetendo da decenni e cioè che il femminismo è la convinzione che uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.

Quello che si continua a voler far passare è che esista un non meglio specificato "femminismo antiuomo", che teorizza la supremazia delle donne e la prevaricazione del maschio. Sarebbe bastato ascoltare il discorso per capire che no, il femminismo non è odio verso gli uomini. Non lo è mai stato e non lo sarà mai.
Indubbiamente, però, perché ogni femminista possa venire immediatamente riconosciuta come nemica è necessario puntare sulla "misandria", dal momento che nessuna persona sana di mente troverebbe mai da ridire sull'idea che tutte e tutti dobbiamo avere gli stessi diritti, doveri ed opportunità.

Ma dopo tutto, cosa ci si aspetta da chi crede che le femministe "sono il motivo del crollo socioeconomico degli stati uniti" e che le (cagne) femministe dovrebbero essere messe a morte o nelle mani di "un mussulmano" con la cinghia?

"Erminiottone" fa sorridere, soprattutto chi è di Roma ed è stato/a adolescente negli anni '90, quando si diceva che uno dei terribili fascisti di piazza Ottavilla si chiamasse, appunto, Erminio Ottone.



E non poteva, ovviamente, mancare lei, l'odiata per eccellenza: Laura Boldrini, la prova provata dell'inutilità dell'ONU.

Vabbè, queste sono note di colore, cose che vediamo ogni volta che qualcuna di noi (intendo "noi donne") osa parlare pubblicamente di femminismo e fino a qui, niente di che: come detto, ci siamo abituate e leggere tali bestialità non fa che aumentare la nostra voglia (e il nostro bisogno) di andare avanti.

Perché, care mie, non possiamo pretendere di prendere parola pubblicamente, di  esprimere le nostre idee, di dire quello che pensiamo e immaginare di farla franca. Tantomeno possiamo dire "sono femminista" in pubblico senza che questo abbia delle conseguenze.
Se poi proprio non sappiamo tenerci un cecio in bocca e decidiamo di parlare, allora, care, sono fattacci nostri.

Il campionario dell'insulto-tipo è noto e non starò qui a fare l'elenco.

Mi interessa quello che è successo dopo.

A seguito della presentazione di #HeForShe è spuntato il sito "Emma you are next", un conto alla rovescia, al termine del quale sarebbero state messe on line delle foto di Emma Watson nuda.
Fino a ieri quella pagina era considerata reale e We Hunted the Mammoth spiegava chiaramente perché non la si potesse prendere sotto gamba.
L'update di oggi dice che probabilmante invece quel sito è davvero una bufala ed ha a che fare con la sicurezza e la censura in rete. C'è anche una lettera da mandare ad Obama per far chiudere siti che avrebbero fatto girare foto private di altre celebrità (QUI).
In ogni caso, quanto è successo ci dice qualcosa, perché quello che si minacciava era l'esposizione di un corpo sulla pubblica piazza.
Non un indirizzo di casa o il conto in banca, ma un corpo nudo.

Chi ha creato la bufala evidentemente sapeva benissimo che questo avrebbe fatto salire l'attenzione più di ogni altra cosa.

Quello che ci viene detto da quanto accaduto è che la migliore arma contro una donna che si alza e prende parola è l'intimidazione.
E infatti la cosa è risultata facilmente credibile ed ha avuto un seguito impressionate, mostrando a tutte e tutti quale sia la portata di odio per il femminismo e per le donne che si dichiarano femministe che gira sul web.

Un tizio ha scritto che "ora tutto il mondo saprà che lei è una puttana come qualsiasi altra donna".
Se sei nuda sei puttana. Anche se sei nuda a casa tua, magari col tuo compagno, con la tua fidanzata o con tuo marito o mentre sei sotto la doccia in palestra.
Se ti spogli sei una puttana.
O meglio, se ti spogli e hai un'opinione che io non accetto, allora sei una puttana. Come "qualsiasi altra donna".

Quello che ci dicono commenti come questi è che per una donna, per ogni donna, prendere posizione non è gratis, non lo è mai stato: ci sarà sempre qualcuno pronto a "rimetterci al nostro posto", usando perfino la nostra persona e il nostro corpo come arma. O peggio.

Vera o no, la minaccia della pubblicazione di  foto di nudo è un messaggio chiarissimo a tutte le donne: se alzerete troppo la cresta, noi vi colpiremo, vi umilieremo, useremo il vostro stesso corpo per mettervi alla gogna.

Riflettevo su questa minaccia insieme a Je (Cambio Pelle, da leggere): il nostro corpo usato come arma di ricatto contro di noi, contro le nostre idee.

Usarci per colpirci.
Prendere possesso di ciò che ci appartiene per, usando le parole di Je, "puntarcelo contro come una pistola".

Non serve pensare troppo a Emma Watson.

Le cronache sono piene di ragazzine e donne i cui corpi nudi vengono dati in pasto alla rete da ex fidanzati, compagni di scuola, amici...
Foto di nudi o video di atti sessuali, usati come arma di ricatto, come ultimo insulto, per umiliare nel peggior modo possibile, come mezzo di coercizione.

Ecco a cosa serve il femminismo.

Serve a rispondere a chi ci minaccia, a chi ci vuole mute, a chi ci vuole sempre chiuse in gabbia, silenziose, sottomesse, rassicuranti.

Serve a poterci esprimere, a poter decidere del nostro corpo, delle nostre vite.

Serve ad avere i medesimi diritti e i medesimi doveri degli uomini.

Serve a poter studiare, lavorare, crescere.

Ed è questo che davvero terrorizza chi ci irride, chi ci insulta, chi ci minaccia: che noi diventiamo consapevoli dei nostri diritti, delle nostre potenzialità, della nostra forza.

Che ci alziamo in piedi a pretendere quello che ci spetta, a prendercelo senza chiedere il permesso, senza dire "grazie" o chiedere scusa a nessuno.

Il fatto che un'attrice bella e famosa abbia preso parola deve averli terrorizzati.

Insomma, un conto è la femminista pelosa, con le sopracciglia troppo folte, senza trucco e coi capelli arruffati, quella che immaginano siamo tutte. Un altro è una donna bella, famosa, che potrebbe (orrore!) avere un seguito tra le altre.



martedì 23 settembre 2014

Emma Watson

Di Emma Watson so pochissimo.

Non ho manco mai visto Harry Potter, per dire.

Comunque, ha parlato all'ONU, per lanciare la campagna #HeForShe, movimento di solidarietà per l'uguaglianza di genere.

Ed ha fatto qualcosa di quasi eroico: si è dichiarata Femminista davanti alla platea. Senza giri di parole, senza cercare sinonimi, senza ardite perifrasi. Ha detto proprio "I decided I was a Feminist".
E non ci sono stati "ma" e "però".
Sono Femminista. Punto.
I decided I was a feminist
I decided I was a feminist
I decided I was a feminist
Dico "eroico" con cognizione di causa: basta legge i commentatori de Il Corriere della Sera per accorgersi che ancora, nel 2014, quando ci si dichiara apertamente "Femminista", l'insulto, la presa in giro, lo stravolgimento del proprio pensiero e del proprio sentire sono dietro l'angolo. 
Ne sappiamo qualcosa noi che ci diciamo Femministe e che come femministe viviamo le nostre vite e le nostre relazioni con gli altri e le altre.

Non solo, ha chiamato in causa gli uomini, ribadendo che il Femminismo, non ci stancheremo mai di ripeterlo (spero), non è mai in alcun modo odio verso gli uomini, ma la convinzione che "Uomini e donne devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità. È la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Li ha chiamati chiedendo loro di farsi carico del cambiamento insieme alle donne, perché le ineguaglianze di genere hanno effetti anche sulle loro vite.

Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. [...] Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa He For She. Di libertà.
Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani.  [QUI c'è la traduzione del discorso]

Lo ammetto, mi sono quasi emozionata.

Sarà quella cosa della sorellanza, che quando senti un'altra dire quello che pensi anche tu ti si accende come una luce, sarà che sono mesi che sentiamo donne più o meno famose ribadire che "no, non sono femminista, per carità, io amo gli uomini!", che vediamo donne più o meno giovani farsi foto con cartelli che spiegano "perché non abbiamo bisogno di femminismo".
Sarà quel che sarà, ma ogni volta che una donna dice con fierezza "io sono femminista", io sono felice.
 

Aho, so' cose.

 


lunedì 22 settembre 2014

Da Intersezioni: Deconstructing l’istinto naturale.

Lorenzo Gasparrini (leggetevi tutti i suoi blog, è uno che scrive tanto e bene), alle prese con l'anonimo commentatore del post precedente.
QUI l'articolo originale.

Buona lettura a voi e grazie a lui.



Capita raramente che un commento a un post sia particolarmente interessante, perché in genere chi vuole argomentare bene in risposta a qualcuno sceglie di farlo o sul proprio blog o su un social network; i commenti intelligenti sono sempre più rari, ma quelli lunghi, argomentati e completamente idioti sono ancora più rari. Quindi quando ne capita uno, va immortalato.
 
Premessa: non importa se l’anonimo commentatore è un troll in vena di fini ragionamenti. Importa – ecco perché ce lo rileggiamo – che questi siano i ragionamenti di una maggioranza di bei maschioni. Quindi non sarà inutile dargli una spolveratina, e fregarsene se poi l’autore legge, risponde, ricommenta, e così via.
Spero che tutti voi conosciate già il blog
Ci riprovo, che vi consiglio di frequentare spesso e volentieri. Sotto questo post – che necessariamente dovete leggere prima di continuare – è apparso un commento notevole, che sarà un piacere rileggere insieme a voi.

Lola, non te la prendere per il mio modo provocatorio di affrontare la questione. [E' sempre carino cominciare così, è la versione retorica di "io non sono razzista ma" – predispone alla gioia, proprio]. Premesso che non so nemmeno come ci sono capitato qui [figurati noi, ma grazie lo stesso]: in genere mi occupo di discussioni di tutt’altro tipo [attenzione: ha premesso lui che non se ne occupa di certe cose, eh, ricordiamocene], sono stato catturato [il linguaggio già denuncia l'atteggiamento giusto: lui se ne andava per fatti suoi nel web ed è stato catturato. Sempre per continuare a predisporre Lola alla gioia] dalla tua tesi sulla necessità di educare i maschi [lo avete letto il post, vero? Ce l'avete trovata questa tesi sulla necessità di educare i maschi? Io no, e manco Lola, ma lui, che in genere si occupa di discussioni di tutt'altro tipo, sì]. Dove per “educare” sembra che tu voglia intendere “addestrare”, o “ammaestrare” [sembra solo a chi non sa leggere o a chi ha dei pregiudizi grossi come la galassia, ma vabbè], secondo una concezione pseudofemminista di concepire i rapporti tra i sessi [ma non era uno che si occupava di discussioni di tutt'altro tipo? Se già è in grado di riconoscere ciò che sarebbe pseudofemminista, allora ne sa. Che giocherellone].

Una concezione che fondamentalmente si regge sulla negazione, o sulla diminuzione, di una verità fondamentale [attenti, arriva la verità fondamentale! Pronti?]: noi umani siamo animali [e fin qui c'ero arrivato pure io], siamo organismi soggetti all’imperativo naturale della riproduzione [e che sarebbe un imperativo naturale? Non c'è su Wikipedia, mannaggia, e adesso come facciamo? Pure quel filosofo, come se chiamava, Kant, non poteva metterci questo, tra gli altri imperativi?], come tutti i viventi. L’istinto riproduttivo è talmente primitivo e fondamentale che ci accomuna ai lombrichi e con altri viventi ancora meno evoluti di loro [condividiamo anche lo stesso pianeta e siamo entrambi soggetti alla forza di gravità – e potrei continuare all'infinito a trovare comunanze a cacchio con i lombrichi: rimane il fatto che non hai detto cosa sarebbe un imperativo naturale. Perché se fosse l'istinto riproduttivo, diciamo che tra l'avercelo – sempre tutto da dimostrare – e il come usarlo, qualche differenza tra i vari animali io la vedo. Per esempio, se fosse tanto imperativo, a che scopo i diversi, complicati e spesso fallibilissimi "rituali di corteggiamento"? (Grazie Volpe.) Oppure perché scegliere il partner invece di riprodursi con qualunque esemplare femminile fertile? Tipo, che ne so: tua madre, tua sorella… no, quelle l'imperativo naturale le dichiara off limits, almeno per te. Lo hai detto alle sorelle dei tuoi amici? Provaci, magari in presenza dei fratelli, vedi se sono d'accordo anche loro co' st'imperativo naturale].

Guarda che carini…

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/f6/Mating_earthworms.jpg/1024px-Mating_earthworms.jpg [illustrazione a uso e consumo, evidentemente, di chi vi trova somiglianze nell'imperativo naturale.]

Questo per dire che il richiamo sessuale in sé non è per nulla educato, anzi: è maleducatissimo e, a volte, anche violento [attenzione, adesso parla del richiamo sessuale, non più dell'imperativo naturale. E questo che sarà? Ce lo spiegherà? Proseguiamo fiduciosi, dopo aver assistito a “come ti spiego lo stupro con cause naturali”. E' proprio una gioia leggerlo]. Gli individui di alcune specie (qualche volta anche gli umani lo fanno) mettono a repentaglio la loro stessa vita per seguire questo istinto [ah, qualche volta, quindi non sempre e non tutti, e non di tutte le specie. Ma non era imperativo, non era violento? E come mai qualcuno se ne sottrae? E scusa, ma individui di tutti i sessi o solo di uno? Così, per sapere].

Certo, noi umani siamo evoluti [ah, ecco]: abbiamo imbozzolato questo istinto selvaggio in una serie di condizionamenti che ci consentono di vivere in società anche molto complesse [come? Quando? Il nostro etologo non ce lo dice, continua a fidarsi dell'evidenza di ciò che dice. Che non è evidente per niente: per esempio, perché ci sarebbero questi condizionamenti? Paragonandolo all'istinto di nutrirsi – oh, mi pare fondamentale e imperativo pure questo – com'è che invece non è poi tanto selvaggio e non fa incazzare la sorella del tuo amico? E poi, quale sarebbe il motivo di avere società anche molto complesse? L'imperativo naturale è scopare, mica costruire automobili]. Ma bisogna fare attenzione, perché a volte la necessità di dominare l’istinto con norme e condizionamenti di vario genere può spingersi fino alla sua negazione, e allora saltano fuori le nevrosi e talvolta le psicosi [ma perché c'è questa necessità, se c'è l'istinto? Intanto avete assistito anche a “lo psicologo dilettante”, gioco in voga da quando il pòro Freud pensò di pubblicare le sue cose e farle leggere a tutti. Da quel giorno, tutti pensano di poterle capire al volo]. E la negazione può diventare violenza brutale [di chi? Io mi nego le cose e poi divento brutale? Verso chi? Com'è che divento brutale verso l'altro sesso e non contro il mio, visto che i condizionamenti me li sono negati da solo? Oh, l'ha detto lui eh].

L’istinto lo si può e lo si deve controllare [e allora che istinto è? Perché chiamarlo così? Chiamarlo bisogno no?], ma negarlo è ipocrita e controproducente [io trovo ipocrita parlare a vanvera di cose che non si sanno e non si capiscono, e pure usare apposta un termine per avallare senza ragionamenti né prove i propri deliri. Se quello sessuale fosse stato chiamato un bisogno e non un istinto sarebbe un errore lo stesso, ma intanto tutta la costruzione pippologica sulla violenza e sull'imperativo crollerebbe].

Per dire: puoi essere certa che il tuo ragazzo, o marito, guarderà il culo o le tette di qualunque bonazza gli passi a tiro [comportamento dovuto all'istinto imperativo? E perché – tanto per fare la prima obiezione facile – se è tipico della nostra specie tante altre culture non danno alcuna importanza allo sguardo, a ciò che si vede? E ancora: perché, se c'è un istinto, in anni diversi, in luoghi diversi, tra gruppi diversi le caratteristiche tipiche della bonazza cambiano?]. Senza darlo a vedere, ovviamente: per non offenderti, perché il sesso è una cosa e l’amore è un’altra cosa [e adesso chi lo dice a Venditti?], ma lo farà [lui ne è certo, perché tutti i maschi di tutte le specie sono uguali: hanno l'imperativo naturale, no?].

E lo stesso farai anche tu, in modo diverso, meno esplicito, più complesso: perché sei femmina, e la missione biologica delle femmine è più complessa [CALMA, fermi tutti, facciamo ordine. Allora: c'è l'istinto naturale, il richiamo sessuale e adesso la missione biologica. CHE CACCHIO SONO? DOVE LE HAI PESCATE QUESTE SCEMENZE? Un link, un cognome… niente, tutta scienza infusa]. Ad iniziare [qui due parole sulla d eufonica] dalla scelta del maschio più adatto per finire al parto e alla cura della prole [traiamone le conseguenze: se una donna vuole vivere per cavoli suoi e senza avere figli, tradisce la sua missione biologica. E le suore? No, dico: E LE SUORE?].

I maschi hanno una missione biologica molto più semplice [ma guarda un po', che culo]: possedere e inseminare quante più femmine possibile [deve averlo digitato usando il glande, a giudicare dal pacato climax retorico]. E anche nelle specie monogamiche come la nostra [ecco, qui basta Wikipedia per svelare la scemenza: la nostra non è affatto una specie monogamica, è solo un'opzione culturale di alcuni gruppi sociali] permane questo istinto primitivo alla promiscuità [ah, ecco, c'è un altro istinto: quello alla promiscuità. Ma sono due o è sempre quello di prima, meglio definito? Boh]. Anche nelle donne, eh? [oh, meno male, me stavo a preoccupa'.]

Dunque non ha senso proporre una educazione dei maschi [Lola non l'ha fatto, dovrebbe bastare saper leggere], e anche delle femmine [questo ancora meno], a partire dalla negazione di una realtà istintiva primaria [definizione del tutto personale: non c'è uno straccio di prova scientifica che lo sia, anzi che ne esista una] come l’attrazione sessuale [NO! Ma come l'attrazione? Ma hai parlato finora di riproduzione, promiscuità, sesso, violenza, e adesso te ne esci con una cosa moscia come l'attrazione?]: è ipocrita, nevrotizzante, controproducente [se gli effetti sono scrivere 'ste cose, comincio a crederti].

Ha invece senso farlo a partire dal riconoscimento pieno della natura profonda di maschi e femmine [con buona pace degli altri generi – a proposito, ma come fanno a esistere tutti quei generi se c'è un istinto primitivo?], perché solo in questo modo uomini e donne possono rispettarsi per ciò che sono [belve inevitabilmente assetate di sesso i primi, e creature vòlte al parto e alla cura della prole le seconde. Però, complimenti per la scienza infusa].

Il pistolotto mi è uscito un po’ lungo [grazie anche per aver evitato il doppio senso]. E prima che parta la strigliata farò bene ad allontanarmi [tranquillo, Lola pensa solo al al parto e alla cura della prole, è il suo istinto, non hai nulla da temere]. Ciao. [Ciaone proprio.]