mercoledì 31 agosto 2016

Figli per la patria. Fertility day 2016.

Il prossimo 22 settembre si celebrerà il "Fertility day 2016", promosso dal Ministero della Salute nell'ambito del "Piano Nazionale per la Fertilità".

"Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro", si legge poco sotto il logo del Ministero.

E pare essere esattamente questo il tono di tutta la faccenda: fertilità-futuro-figli-patria.

A pagina 1, punto 4, si legge che è necessario 
Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità
come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo
un rinnovamento culturale in tema di procreazione.
Bisogno essenziale.
Come bere, mangiare, fare i bisogni, insomma.

E non solo per la coppia, ma per l'intera società.
In pratica torniamo all'Opera Nazionale Maternità e a quando Mussolini premiava le famiglie numerose.

Non è minimamente contemplata la possibilità che una donna e una coppia non sentano affatto la maternità come un bisogno. 
Se sei donna devi voler essere madre, quella è la tua natura, non hai scampo.
Se poi sei una donna e magari vivi in coppia (etero, ovviamente, non c'è nemmeno bisogno di specificare), dovete voler essere genitori.
Questa, secondo il Ministero della Salute, sarebbe addirittura una "rivoluzione culturale".

Donna=madre e coppia=figli sarebbe una rivoluzione culturale. Nel 2016.

Che poi più che "rivoluzione culturale" qua pare che il nodo della questione siano i soldi:
L’attuale denatalità mette a rischio il welfare. [...] Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva. (pag. 2)
Insomma, noi donne dobbiamo fare figli per tenere su l'economia. 
Altro che desiderio. 

Il "bisogno essenziale" di cui si parla sembra essere piuttosto quello dello Stato. La maternità, lo abbiamo detto, è un "bene comune", come l'acqua.

A pagina 37 si legge (il grassetto è mio):
La maternità non è più un destino biologico, pure se recentemente viene desiderata e conquistata oltre i limiti della natura.

Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità?
La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le
competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili.

Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle
bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale.
Nel paese degli stereotipi di genere, quello “mammone”, dei “bamboccioni” e della
pubblicità con il “mulino”, una donna su cinque non fa più figli.
Cioè, questi dicono che le donne sono state "scortate fuori di casa", che sono state "sospinte verso ruoli maschili" e poi parlano di di sterotipi di genere?
Mi pare ci sia parecchia confusione.

Quali sarebbero questi "ruoli maschili"?
Quelli di fatica? Quelli di responsabilità?
Sarebbe stato più femminile continuare a fare le lavandaie o le balie? Forse che fare la cameriera in una casa di ricchi avrebbe garantito un tasso di natalità più elevato? L'infermiera vale come ruolo femminile o visto che ora tocca laurearsi è diventata una cosa troppo da maschi? Sono perplessa.

Quello che leggo è che la nostra indipendenza, cui siamo arrivate non perché "scortate" dalla società, ma perché tante donne prima di noi hanno alzato la testa e sono andate a prendersela, negherebbe alla società, prima ancora che a quelle di noi che lo desiderano, di essere madri.

Sono l'unica che legge queste frasi con la voce tipica dei documentari Luce?

Ma è alla pagina successiva che si rasenta il ridicolo (il grassetto continua ad essere mio):
Ma qualsiasi scelta fatta avrà come conseguenza un senso di incompiuto. Sia che si
insegua un’affermazione professionale o che si scelga la via dell’essere mamma a tempo
pieno (non lavorando), sia che si tenti la strada della “mammamogliemanager” la
conseguenza sarà - comunque - un senso di perdita o di inadeguatezza.
Certo è già abbastanza difficile essere una buona moglie, una buona madre, una donna in carriera; lo è ancora di più essere tutte queste cose contemporaneamente. Le donne che dicono un “no” a priori alla maternità sono, comunque, una minoranza. L’evoluzione recente non sembra delineare uno scenario in cui la donna oppone un no definitivo; si tratta piuttosto di un rinvio.
“Non è ancora il momento”!
Ed è proprio su questo momento di sospensione che bisogna incidere.
In passato, l’orologio biologico delle donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva insistentemente novità alla sposina. Oggi in periodo di comunicazione politically correct occorre spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come una opportunità. (pag. 38)
Capito? In assenza della vecchia cacacazzi vicina di casa noi non facciamo figli. Prima pur di levarci quell'impicciona di torno ne sfornavamo almeno uno l'anno. E io che alle mie continuo a rispondere "no, ma noi c'abbiamo già il cane"? Sono una nemica della patria? La mia curva gaussiana come la prende?

Giova ricordare che queste sono parole scritte in un documento di un Ministero, non su un blog personale come questo.
Non riesco a pensare che fior di professioniste e professionisti si siano davvero sedute e seduti al tavolo e abbiano tirato fuori l'esempio della "vicina/parente impicciona" che chiede "novità alla sposina". La sposina! Nel 2016! In un documento ministeriale!

Sono incredula nel leggere dell'"Importanza di conoscere la fisiologia maschile e femminile della fertilità" quanto viviamo in un paese che è riuscito a censurare un fumetto che spiegava come non prendere l'AIDS e che -a quanto ne so- continua a non fare alcun tipo di programma serio di educazione sessuale nelle scuole.
Ah, sì, poco dopo scrivono che sarebbe necessario introdurre l'educazione sessuale (e alla fertilità) nelle scuole.

Ma che non si parli di robe come l'educazione alle differenze, la lotta agli stereotipi di genere o il terribile gioco del rispetto. Quella è roba gender e a noi ci fa schifo.

Leggere le 137 pagine del documento è un'esperienza che consiglio, ma per chi fosse pigra/o, è possibile volare a pagina 122, "Abrstact & key messages", dove in poche, semplici parole è riassunto brillantemente il tutto.


Qualche key, però, ve la voglio segnalare:


I figli sono il futuro della società.

Essere madri da giovani è più facile.
Il rinvio porta al figlio unico, se arriva.

Ah, e fatevi un giro sul sito del Fertility day, c'è pure il #fertilitygame, dove tu puoi decidere se essere spermatozoo o ovulo e devi superare gli ostacoli per arrivare alla meta.


mercoledì 13 luglio 2016

Di mele e cellulite.

Due giornalisti diversi, un uomo e una donna.

Lui scrive su un quotidiano che reclama a gran voce la propria indipendenza dai partiti (ahahahahah!), l'altra su uno dei maggiori quotidiani nazionali.

In comune hanno l'ossessione.

Lui, Travaglio, comincia la sua brillante e fulminante carriera pubblica "grazie" all'ossessione per Berlusconi e i suoi traffici, per poi passare ad occuparsi delle magagne del PD e -ultimamente- di Maria Elena Boschi.

Lei, Terragni, si dice femminista, scrive su Il Corriere della Sera, scrive libri ed è ossessionata dalla GPA e in particolare da Vendola, Testa e il loro figlio, Tobia.

In questi giorni l'ossessione di entrambi si è manifestata prepotentemente.

Travaglio ha potuto sfogarla invitando la ministra Boschi ad occuparsi di cose più consone alla sua persona, tipo la prova costume o la cellulite e lasciare stare quelle serie, tipo le riforme costituzionali ("Ma papà ti manda sola?" - editoriale del 12 luglio 2016- qui un estratto, per l'articolo completo tocca pagare).


Terragni, dal canto suo, è riuscita ad usare 27 morti di un disastro ferroviario per attaccare la GPA e in particolar modo, ovviamente, Vendola, rifacendosi ad un'intervista in cui questi raccontava la sua vita da padre, dicendo che se l'ex governatore della Puglia non ha fatto dichiarazioni sull'incidente è perché forse stava "grattugiando una mela" al figlio Tobia. Casualmente questo simpatico post è scritto proprio mentre Terragni va in giro per il suo prossimo libro, "Temporary Mother. Utero in affitto e mercato dei figli."


Tanto Travaglio quanto Terragni non si sono inventati niente di nuovo anzi. 
Quello che stanno facendo è ciò che meglio riesce a certo giornalismo (e a certa politica) italiano: insultare, denigrare, prendere in giro l'avversario politico. 
In fondo è facile e non serve nemmeno entrare nel merito delle questioni: quello che conta (e che paga) è ridicolizzare l'avversario. 

Boschi è la bella scema che gioca a fare la donna in carriera, Vendola il frocio che si comporta da femmina grattugiando mele al figlio.

Ma forse sono strana io, che vedo sessismo e omofobia ovunque.

venerdì 8 luglio 2016

Mandanti.

Ha ragione l'avvocato del fascista assassino di Emmanuel Chidi quando dice che "scimmia" viene detto ovunque, in tv e in Parlamento come se fosse una cosa normale e che quindi c'è poco da stupirsi se una persona con "livelli culturali non elevati" si sente in diritto di usarlo.

Certo, per lui è una strategia difensiva come un'altra, un po' come il tizio che dopo aver ammazzato la moglie disse "c'ho avuto il raptus perché ho problemi sul lavoro" o il tassista stupratore che ha avuto il raptus pure lui. Magari a furia di parlare di "livelli culturali non elevati " ci scappa uno sconto di pena. O quantomeno si scongiura l'aggravante razzista. 

Mica scemi questi assassini e i loro avvocati.

Si guardano intorno, vedono come funziona il paese e agiscono di conseguenza.

Non è roba da femministe annoiate chiedere e pretendere un uso attento e responsabile delle parole. 

Se si accetta pacificamente l'uso di un certo tipo di linguaggio, se non ci si interroga sulle conseguenze che ogni parola e ogni frase hanno sulla vita di ciascuna e ciascuno di noi, se si accetta che un politico dica di una sua collega che è "un orango" durante un comizio giustificandolo perché stava esercitando "le sue funzioni di parlamentare", allora non ci si deve in alcun modo stupire o indignare se un tizio si sente in diritto di chiamare "scimmia" una donna in strada e poi ammazzi di botte l'uomo che la difende.

I mandanti dell'omicida razzista e fascista di Emmanuel (non un ultrà, non uno con "livelli culturali non elevati": un razzista e un fascista) sono allora proprio i vari Salvini e Calderoli, i Grillo che chiamano "puttana" le avversarie politiche e permettono ai suoi di augurare a Boldrini di essere stuprata, gli sportivi che chiamano "frocetti" quelli che usano le protezioni in campo e che ce l'hanno con gli "zingari di merda", quelli che "io non sono razzista ma..."

Emmanuel lo avete ammazzato voi. Mancini vi ha solo prestato il pugno.

lunedì 20 giugno 2016

La nuova era.

Il primo comunicato ufficiale di Raggi è ospitato sul blog di Grillo (ma pensa...).

Interessante la scelta delle parole usata da una che -a ragione- sottolinea il suo essere la prima sindaca (anche se lei dice "sindaco donna") di Roma.
Una nuova era per Roma

di Virginia Raggi, sindaco MoVimento 5 Stelle di Roma
Prima di tutto vorrei ringraziare tutti i cittadini romani che mi hanno voluto affidare questo importante compito e voglio complimentarmi con i consiglieri eletti, a cui auguro buon lavoro, con i non eletti e con gli attivisti che hanno speso risorse ed energie in questa campagna elettorale.
La prima cosa che sento di dire, che mi viene dal profondo, è che finalmente anche Roma avrà un sindaco donna. In un momento storico in cui le pari opportunità sono ancora una chimera considero questa una notizia dal valore straordinario. Il primo segno del profondo cambiamento che stiamo portando in questo Paese.
Perché se la Capitale d'Italia avrà per la prima volta nella sua storia un sindaco donna, questo lo si deve al M5S. Lo si deve a Beppe Grilo e Gianroberto Casaleggio.
Sarò il sindaco di tutti, sia chiaro, anche di coloro che non mi hanno sostenuto in questa tornata elettorale.
Lavoreremo per riportare legalità e trasparenza in questa città dopo anni di malgoverno e dopo Mafia Capitale. Lavoreremo per ridare a Roma la bellezza e la dignità che merita. Oggi si apre una nuova era.
Infine, non potrei non accennare ai 4 mesi di campagna in cui qualcuno ci ha praticamente fatto una "guerra" senza precedenti. Il punto è che non sono riusciti a fermarci. Segno che siamo più forti e che i romani, soprattutto, sono più forti. 
Ma al di là dei toni aspri e degli attacchi che ho ricevuto, mi auguro che d'ora in avanti si possa aprire una nuova fase, più costruttiva, attraverso un dibattito onesto con le altre forze politiche centrato sui reali problemi dei cittadini. Roma ha bisogno di questo.
E' venuto il tempo di lavorare dopo anni di malgoverno. Le cose da fare sono tante e noi siamo pronti!

E le donne? 
Quelle con le ascelle più o meno depilate che dovrebbero festeggiare felici perché una di loro è in Campidoglio?
Proprio non ce la facciamo ad usare un linguaggio inclusivo, eh?


E dire che basterebbe così poco. 

È una presa di posizione la mia, lo so. 
Mi incarto continuamente sulle questioni di principio, ma da chi dice che sarà "il sindaco di tutti", io non posso sentirmi rappresentata.

Se mi cancella dal suo primo comunicato ufficiale, dopo avermi cancellata dalla campagna elettorale, non mi aspetto niente.

Perché per alcune e alcuni è tanto difficile nominare le donne?

La fica non basta.

Ascella vetero femminista
Pare che il mio non festeggiare coi caroselli per la città la vittoria di Raggi alle elezioni romane mi renda una vetero femminista dalle "lunghe chiome ascellari", che dimostra "una volta in più la vostra totale inutilità nella storia" (questa va dritta nell'elenco dei luoghi comuni sulle femministe).

Oddio, sull'inutilità del femminismo nella storia proprio le vittorie di Raggi, Appendino e delle altre Sindache d'Italia dicono molto: senza il femminismo loro (e noi tutte) staremmo chiuse in casa a fare le brave massaie, ad accudire i nostri mariti, la prole, gli anziani e le anziane. E guai a dire una parola: niente grilli per la testa e più olio di gomito, che quelle mattonelle non si puliscono da sole e la pasta scotta non ci piace.


Ma chi se ne ricorda più, in fondo? E soprattutto, a chi importa?


Ormai certe cose sono considerate dovute, non interessa sapere da dove vengono i diritti che spesso anche noi donne diamo per scontati. 

Dovrei, insomma, festeggiare perché Roma ha una sindaca per la prima volta nella sua storia.

Poco importa se io con quella donna non ho in comune niente.

Poco importa se negli undici punti del suo programma (11 passi per Roma) non si parla di Consultori, di difesa della Legge 194, di salute delle donne, di lotta alla violenza di genere.



Devo essere felice perché è una donna.



Ma era una donna anche Margaret Thatcher, eppure non ho mai condiviso nulla delle sue idee.

È una donna anche Costanza Miriano, che mi vuole sottomessa a mio marito in nome dell'amore.
Sono donne Daniela Santanchè, Debora Serracchiani, Irene Pivetti, Paola Taverna, Renata Polverini, Giorgia Meloni. 
Eppure mai, nemmeno per un momento ho pensato a quanto sia bello averle nelle istituzioni. Anzi.
Sono donne anche Isabella Rauti, Chiara Colosimo, Gina Centrone, Annalisa D'Aguanno e Veronica Cappellato, firmatarie della proposta di legge di Olimpia Tarzia, donna pure lei.

Ad alcune donne i pentastellati che oggi si scoprono femministi e antisessisti non hanno mai fatto sconti, anzi.
Con Boldrini, per fare un esempio facile facile, hanno superato il limite dello schifo, augurandole morte e stupro in diverse occasioni.

Anche con Maria Novella Oppo non andarono tanto per il sottile: aveva osato parlare male del capo.

Quindi no, non mi basta che Raggi sia una donna per festeggiare.

La fica non è abbastanza.

lunedì 13 giugno 2016

Orlando.

Quarantanove morti.
Più di cinquanta feriti.

Non so e poco mi interessa andare vedere come i media nel resto del mondo stiano "coprendo" la notizia, mi interessa quello che vedo intorno a me.

Qua il problema vero, il solo problema di cui si parla, pare essere l'origine dell'omicida, il suo credo religioso.
Figlio di afgani, musulmano.

Poi, quasi di sfuggita, tra i titoloni e i rimandi a foto e video della strage si legge una dichiarazione del padre, che lo dice omofobo e della ex moglie, che lo descrive come un violento.

Davanti ad una presunta rivendicazione dell'ISIS passano in secondo piano  le vittime e chi è sopravvissuta/o e non dimenticherà mai ciò che è successo mentre stava ballando musica latinoamericana.

L'occasione è troppo ghiotta: cosa sono quarantanove froci davanti allo scontro di civiltà, in fondo?
Possiamo mica perdere tempo mentre "ci stanno invadendo", mentre la "nostra cultura è sotto attacco"?
Noi e loro, la nostra cultura della vita (?) e la loro cultura della morte, il loro dio e il nostro dio.


Leggo le frasi di cordoglio di tanti politici nostrani, bravissimi a condannare il terrorista musulmano riuscendo a non dire che il Pulse è un locale gay e che la scorsa notte lì sono state ammazzate quarantanove persone in quanto lesbiche, gay, transessuali...
Meloni straparla di libertà religiosa, libertà di pensiero e libertà di parola. Proprio lei, che al Family Day prometteva che mai avrebbe permesso il matrimonio tra due persone dello stesso sesso.
Salvini se la prende coi migranti.
Tutto come sempre.

Leggo la "solidarietà" e la promessa di una preghiera da parte di chi, come Adinolfi, parlava di "prendere i fucili" contro la legge Cirinnà, di chi blatera contro la "teoria gender" e vomita odio ogni singolo giorno.

E poi il "cordoglio social", come si dice ora: oggi Facebook non è gay, i famosi e le famose non si fanno selfie con gli occhi lucidi e lo sguardo perso e triste e non siamo chiamate e chiamati a raccolta davanti a qualche ambasciata per dire "BASTA!" o ad accendere una candela alla finestra.

Non ci sono arrivate catene per cambiare la nostre immagine del profilo con la bandiera rainbow, non ci sono cartelli "Sono gay/lesbica/transessuale" con cui fotografarsi per poi mandare tutto a qualche quotidiano on line.


Soprattutto non si ha l'onestà di dire che quelle ragazze e quei ragazzi sono morti perché erano se stessi.

Che l'omicida non è altro che il prodotto di una società che continua a dire che l'amore tra uguali è sporco, sbagliato, malato. Che una transessuale è un orrore contro natura.  Che i froci devono fare i froci solo a casa loro, nascosti, senza chiedere troppo, senza alzare la voce e senza farsi vedere.



martedì 31 maggio 2016

Quattro su venti.





Ve lo ricordate questo video? Un "esperimento sociale" di un paio di anni fa.
Un tizio picchia una tizia in un parco. 
In pieno giorno, tra i passanti.
Ne passano venti.
E se ne fermano quattro.
Sedici codardi e codarde?
Sedici stronzi e stronzi?
Sedici indifferenti?
Non solo.
Il punto è che non ci si ferma davanti ad un uomo che picchia una donna perché la violenza di genere non è percepita come un problema reale e collettivo.
La violenza di genere è vista come un fatto "privato" e i panni sporchi, si sa, si lavano in famiglia.
La violenza di genere viene costantemente negata, minimizzata, ridicolizzata.
Addirittura è usata per fare divertenti battute di spirito e per insultare l'avversaria politica (emblematico il caso di Boldrini, costantemente salutata da auguri di stupro).
E le prime colpevoli sono sempre e solo le vittime di quella violenza.
Perché non hanno denunciato, perché non l'hanno lasciato, perché non sono scappate, perché avevano la gonna corta, perché viaggiavano da sole, perché hanno bevuto un bicchiere di troppo, perché a quell'ora si sta a casa.
Dare oggi la colpa di quanto successo a Sara agli automobilisti che non si sono fermati è ipocrita.

La colpa è di una cultura che non si vuole mettere in discussione.
La colpa è di chi ci prende per il culo quando parliamo di femminicidio e discriminazione.
La colpa è di chi non vuole capire che sì, c'è una disparità tra i generi, che si impara da bambini e bambine e che è proprio allora, quando gli stereotipi iniziano a radicarsi che va combattuta.
La colpa è di chi crede che sia accettabile fare battute sullo stupro.
La colpa è di chi crede che una molestia per strada sia un complimento.
La colpa è di chi ci dice "e fattela una risata".
La colpa è di chi cerca attenuanti alla violenza e alla discriminazione di genere ogni giorno.