lunedì 24 aprile 2017

Scherzi.

Durante l'ultima puntata di Amici è andato in onda uno scherzone in cui una donna, la cantante Emma, è stata molestata durante le prove dello spettacolo da un collega ballerino. 



Riguardando la scena, tutti gli ospiti presenti si sono sganasciati dalle risate.
E anche tutte le ospiti presenti hanno trovato molto divertente assistere ad una molestia sessuale.
Elisa, Ambra, ovviamente De Filippi e perfino la stessa Emma hanno riso di gusto guardando un uomo molestare una donna.


Quello che è successo in quel momento è una cosa gravissima: con le risa in quello studio è passata pacificamente l'idea che una molestia sessuale possa essere divertente. 

Che mettere le mani addosso a una donna, strusciarsi su di lei, toccarla senza il suo consenso possa essere "uno scherzo", un gioco, qualcosa che fa ridere.

In un programma dedicato a ragazze e ragazzi la violenza sessuale è stata sdoganata, banalizzata, resa divertente e accettabile.

Emma, vittima di una molestia (mi rifiuto di chiamare "scherzo" quello schifo), si è quasi "giustificata" dicendo più volte "non voglio essere bacchettona, ma così non riesco a cantare. Se lui me lo appoggia io non riesco a cantare, ma non voglio essere bacchettona." 

Come se pretendere di non essere toccate senza consenso fosse roba da bacchettone, come se denunciare una molestia fosse roba da bigotte. 

Ridendo insieme alle altre e agli altri Emma, quella che dal palco di Se Non Ora Quando urlò "non sono una donna pupazzo", ha detto alle ragazzine che è meglio "farsi una risata" piuttosto che passare da bacchettone se uno ti tocca senza il tuo consenso e ai ragazzini che mettere una mano sul culo, sulla fica, sulle tette di una ragazza senza che lei voglia essere toccata è uno scherzo divertente.

La gravità della cosa la spiega benissimo con un esempio Giulia Siviero su Il Post:

Il 2 febbraio del 2016 un uomo è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale perché “scherzava”. Domenico Lipari, ex direttore dell’agenzie delle entrate di Palermo, era stato accusato di violenza sessuale attenuata nei confronti di due colleghe che lavoravano con lui. Una delle due donne aveva raccontato che Lipari le aveva toccato il sedere, l’altra che aveva toccato un bottone della sua camicia all’altezza del seno e un’altra volta le aveva sfiorato la «zona vaginale». Il 23 novembre del 2016 il tribunale di Palermo lo aveva assolto parlando nelle motivazioni di un comportamento «inopportuno e prevaricatore» che testimoniava «l’immaturità» dell’imputato e «l’inopportuno atteggiamento di scherzo». Secondo il tribunale non era stato commesso un reato perché Lipari aveva fatto effettivamente quel che gli veniva contestato ma senza trarne «appagamento sessuale» e senza «limitare la libertà sessuale delle due donne». I giudici avevano inoltre tenuto conto del contesto in cui si erano svolti i fatti, che era guarda un po’ «scherzoso»:

venerdì 24 marzo 2017

Storie della buonanotte per bambine ribelli.

Visto che ne parlano tutt*, ecco il mio indispensabile parere su "Storie della buonanotte per bambine ribelli". 


Che poi in realtà lo scrivo qui perché così ogni volta che uscirà il discorso su Facebook o Twitter linko questo e non devo riscrivere ogni volta. 
Furba e pigra, pigra e furba.


Dunque.

Il titolo.
Foto presa da qui
http://gallinevolanti.com/storie-della-buonanotte-per-bambine-ribelli/
Trovo che quel "per" sia escludente e senza bisogno di scomodare un'assurdità tipo il sessismo "al contrario".

Connotando il libro come dedicato solo alle bambine si perde, a mio parere, l'occasione di far conoscere un altro mondo ai bambini, un mondo che a otto anni (l'età consigliata per il libro, se non vado errata) a volte pare lontanissimo e irrimediabilmene diverso. 
Per lo meno ai tempi miei era così. Ricordo quanto è stato perculato G.C., che faceva educazione fisica coi fuseaux Arena.
Quanti bambini sarebbero felici di ricevere un libro palesemente dedicato alle femmine? Seriamente, dai.

A otto anni non si indossa niente di rosa perché è da femmine, figuriamoci chiedere un libro "per bambine" o portarlo in classe per farlo vedere alle maestre. Poi magari i tempi sono cambiati, eh.
È che da molte cose che ho letto pare che il mondo che ci circonda sia fatto di gente come noi, consapevole, attenta e che alleva figlie e figli libere e liberi di non curarsi di quello che una società sessista come quella in cui viviamo si aspetta da loro. Non è così e negarlo è ipocrita. È ancora pieno zeppo di madri e padri che non comprerebbero una macchina telecomandata alle figlie e meno che mai una bambola ai figli. Guardare il mondo come se queste persone non esistessero o fossero una sparuta minoranza è quantomeno miope.

Poi c’è la scelta delle biografie. E qui ovviamente il giudizio è ancora più personale.

Io, per dire, non spenderei un centesimo per una cosa che celebra un'assassina come una  "ribelle" e un esempio di caparbietà e sicurezza da seguire. Se mai dovessi avere una figlia o un figlio, mai, mai, mai Thatcher sarebbe tra gli esempi cui farli guardare. «Quando tolse il latte gratuito agli alunni della scuola primaria, fu detestata. Quando vinse la guerra delle Falkland contro l’Argentina, fu ammirata per la sua forza e la sua determinazione.»

La biografia di Michelle Obama non è nemmeno titolata col suo cognome, ma con quello del marito. Mi si dice che negli USA è costume, ma per me l'effetto è stato pessimo. Stando alla biografia proposta, Michelle si sarebbe sentita dire per tutta la vita se si può fare puoi farcela e quindi dopo essersi laureata ed essere stata assunta in un importante studio di avvocati, molla tutto per fare la moglie di Obama. «Un giorno, Barak le disse che voleva diventare Presidente degli Stati Uniti. […] così si licenziò e lo aiutò nella campagna elettorale». Così si licenziò. In quel così c'è esattamente tutto quello che mai e poi mai proporrei come esempio ad una bambina.

C'è Hillary Rodham Clinton, cui a differenza di Michelle viene riconosciuta la dignità del cognome, una ragazzina coraggiosa che combatteva i bulli nelle strade del quartiere insieme a neri e mamme sole. Una di noi, la compagna Hillary.
Infine Virginia Wollf, una ragazza tanto innamorata della scrittura e di suo marito che soffriva di depressione, di cambiamenti d’umore estremi.

Lo ammetto, non ho letto tutte e cento le biografie, mi sono soffermata sulle donne a me note, sulle piratesse (ecco, che ci siano due piratesse mi è piaciuto molto) e sulle due partigiane italiane.
Non ci sono riferimenti storici non dico accurati, ma almeno utili a capire quello che la maestra Laura diceva dovesse essere la base di ogni racconto: chi, dove, come, quando, perché. In questo libro tutto sembra niente più che una storiella. La figlia di un’amica le ha chiesto se si trattasse di “persone vere”, tanto poco credibili devono essere state ai suoi occhi.

Insomma, le biografie mi sono sembrate sciatte, scritte (tradotte?) male, noiose, piatte e prive di qualsiasi attrattiva. Non mi sono parse minimamente accattivanti, né stimolanti o motivanti. 

E poi ci sono gli uomini, spesso (troppo) presenti come salvatori, coloro senza i quali tutta 'sta ribellione non avrebbe potuto essere.
L’uomo che ha prestato i soldi a Coco Chanel (quella che insegna che non si è mai troppo ricchené troppo magre) Barak che ha permesso alla moglie di essere la prima first lady afroamericana o il pittore più famoso del Messico che si innamora di Frida e dei suoi quadri.

L'ho trovato, in sostanza, un'enorme, geniale, inutile (e in parte pure pericolosa, per come la vedo io) paraculata.



lunedì 13 febbraio 2017

Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni.

Partiamo dal presupposto che io non credo di aver mai scritto una recensione, ma sono mesi che questa ce l'ho tra le cose da fare, anche perché una delle prime presentazioni di questo libro è stata fatta da Tuba e insieme all'autore Lorenzo Gasparrini e ad Alessandra Chiricosta (filosofa, femminista, marzialista, donna stupenda e altre mille cose) c'ero prue io. 
Mi pare quindi doveroso ammettere le mie mancanze da subito, così metto le mani avanti e mi giustifico subito per la scarsissima professionalità e per le mie evidenti lacune.
Detto ciò, ci provo, tanto chi legge questo blog sa che non sono mai troppo seria.

Per me il libro di Lorenzo è stata una novità. Non avevo - colpevolmente - mai letto nulla di così (mi si passi il termine) "strutturato" scritto da un uomo che si dice non solo antisessista, ma addirittura femminista.
Sì, ci sono blog, articoli, siti, ma un libro così semplice e chiaro, eppure tanto completo, almeno a me, mancava.
Ed è stato interessante leggere il punto di vista di un "vincitore per natura" che da queste vittorie si percepisce sconfitto.

Forse è proprio questa la questione che mi ha maggiormente colpita: un uomo che ammette pubblicamente e senza giri di parole, non solo di non volere il privilegio che gli è stato assegnato in quanto nato maschio, ma che anzi afferma di trovarsi, proprio per questo, in una condizione di ansia a frustrazione.
Un uomo che rende pubblica la propria debolezza in una società che ancora vuole il maschio macho, l'uomo che non soffre, che comanda, che non esita e che soprattutto collega questa debolezza a un privilegio che gli viene accordato al momento della nascita.
[...] perché i vantaggi sociali che il patriarcato mi conferisce per il solo appartenere a questo genere sono pagati a caro prezzo, non solo dagli altri generi, ma anche dal mio, che si vede confinato in un mondo di virilità, di mascolinità, machismo, maschilismo, prepotenze, razzismi vari e che mi pone sempre obiettivi irraggiungibili.
Il tutto mentre mi istupidisce raccontandomi che tutto ciò è innato, immutabile, perché è, con la più ipocrita delle parole, naturale. [pagg. 19 e 20]
Il paradosso dell'oppressore oppresso, insomma. 
Ammettere non solo di non ritrovarsi nel proprio privilegio di genere, ma addirittura di trovarlo opprimente. 
Oh, nel paese del macho latino mi pare un passo importante.

E sempre da questo privilegio "naturale" è letta la lotta tra l'immagine sociale e il desiderio, tra quello che ciascuna e ciascuno di noi deve e quello che vuole essere. 
Si inizia da bimb*, quando a noi femmine non si consente di fare judo e ai maschi di fare danza, quando a noi bimbe non viene comprata la motocicletta elettrica e ai bimbi la cucina. 
Spesso non è nemmeno una cosa voluta. Ormai tutto è percepito, appunto, come la norma, quindi si fa così e si guarda come un alieno/a o nei migliori casi un* coraggios* chi da quella norma vuole uscire per sovvertirla. Come scrive Chimamanda Ngozi Adichie in "Dovremmo essere tutti femministi": «Interiorizziamo idee che derivano dalla società in cui siamo inseriti.»
Senza nemmeno rendercene conto, abbiamo spesso atteggiamenti perfettamente immersi negli stereotipi sui generi e spesso anche per le/i più consapevoli tra noi uscirne non è senza fatica.
Per me, per lo meno, uscire da certi stereotipi, cercare di non caderci più, è uno sforzo quotidiano e mai finito.

Più avanti, parlando di stereotipi, repressione dei desideri e dell'immagine sociale di sé che si scontra con le proprie aspirazioni, Lorenzo spiega chiaramente cosa sia per un uomo eterosessuale questa sorta di "cortocircuito":
Una bambina, poi una donna, hanno già una lunga tradizione di studi, di lotte, esperienze e testimonianze dei femminismi per spiegare la necessità della liberazione dal patriarcato. A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere, Ma tutto ciò ha un prezzo altissimo: la repressione dei propri desideri e la sostituzione con desideri convenzionali e stereotipati; la continua ansia da prestazione in tutti i campi - privato, pubblico, sentimentale - perché vige la cultura dei dei vincenti e la sua necessità nella competizione continua; false sicurezze - la virilità, la superiorità fisica e intellettiva, le «responsabilità; le ipocrite convinzioni che giustificano tutto questo. 
Vivi in un mondo che ti vuole vincente sempre e comunque imponendoti un canone di comportamento uguale a quello di tutti gli altri maschi eterosessuali, che però in cambio ti chiede praticamente tutto, la rinuncia a quello che sei e vuoi essere. Da quel canone non puoi derogare, da quei binari non si deraglia, altrimenti sei un reietto.

Nel libro sono presenti tutti i temi di cui andiamo parlando da anni: linguaggio, educazione, sessualità e la cosa che ho maggiormente apprezzato è che tutto sia stato apertamente affrontato, nella più classica "tradizione" femminista, partendo da sé.
Non mancano, quindi, aneddoti di vita vissuta, usati per dimostrare, casomai fosse necessario, quanto scritto già nelle prime pagine: «[...] in una società sessista, nessuno nasce antisessista: lo si può solo diventare, e dopo un lungo lavoro su di sé che non può dirsi mai concluso definitivamente.» 

E io me li immagino Lorenzo e la sua compagna davanti alla maestra che non lascia che Andrea giochi con la cucina, un gioco "da femmina".



Lorenzo Gasparrini
settenove edizioni, 2016



Lorenzo lo trovate QUI

domenica 12 febbraio 2017

Patate bollenti e pompini.

Se una fosse stata fuori qualche settimana e aprisse oggi per la prima volta i quotidiani nazionali farebbe festa. 
Finalmente, dopo e grazie all'ignobile prima pagina che Libero ha dedicato alla sindaca Raggi, pare che il sessismo sia diventato un problema pressante per la stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Finalmente la parola "sessista" è sulle prime pagine dei giornali.
La si può sentire negli uffici, nei bar, sui mezzi pubblici.
È un fiorire ovunque di articoli e post che spiegano con attenzione e dovizia di particolari che cosa sia il sessismo, come lo si riconosca, come lo si debba combattere per debellarlo una volta per tutte.

Solo che io sono sempre rimasta qua.

È divertente vedere come a spingere così tanto sul valore fondamentale dell'antisessismo siano quegli stessi personaggi o media che solitamente veicolano tutt'altro.

Il Corriere della Sera, per esempio. Che per settimane ci ha deliziato con le sexy cameriere, le sexy hostess, le sexy soldatesse e ora con i vestiti "birichini" delle cantanti di Sanremo. Oggi, tanto per fare un esempio, accanto all'articolo di Aldo Grasso sugli insulti di Argento a Meloni, c'è la galleria fotografica dedicata al culo di Lottie Moss, 19 anni, sorella di Kate.
O La Repubblica, la cui colonna destra non teme rivali in quanto a sessismo e allusioni soft porno.
Su Il Fatto Quotidiano, poi, è inutile accanirsi, qui ne ho parlato spesso e a lungo.

Per un attimo, solo per un attimo, però, sono stata quasi ottimista nel vedere tanta indignazione su Facebook e Twitter tra molti miei contatti solitamente abbastanza indifferenti se non refrattari alla questione.

Ho pensato che magari qualcosa si stesse muovendo sul serio. 
Che magari le troppe parole che spendiamo ogni giorno per denunciare sessismo e misoginia più o meno nascosti sarebbero state finalmente comprese. Che non sarei più stata guardata come una pazza veterofemminista isterica (il mio capo mi ha chiamata così una volta...) quando vado fuori di testa per un "puttana" buttato in una conversazione di lavoro.

E invece.

E invece subito è partita la gara tra simpatizzanti PD e M5S per cercare su Google gli insulti sessisti che gli esponenti di un partito hanno riservato negli anni alle donne dell'altro.

Si sono andate a recuperare storie di pompini, di puttane, di cosce e di bamboline, dimostrando ancora una volta che il sessismo in Italia non è mai un problema, che il problema, casomai, è il tifo.

E quindi mi si conferma che andava bene dire "puttana" a Carfagna, ma non a Oppo. Va bene dire che Boschi è lì perché scopa con Renzi, ma non che Raggi e Romeo siano amanti. E va bene che Argento dia della lardosa a Meloni e che io venga rimproverata di "difendere una fascista" solo perché è una donna.


Il punto non è il sessismo, non sono le offese alle donne in quanto donne: è l'appartenenza politica, per cui non si vede il cortocircuito che c'è nel chiedere "cosa faresti in macchina con Boldrini" e denunciare una testata giornalistica che chiama "patata bollente" la tua sindaca.

Mi chiedo se non dovrei cominciare a farmene una ragione.



mercoledì 1 febbraio 2017

Di corresponsabilità e giustificazione della violenza.

Una delle prime cose che ci insegnano da ragazzine è come comportarci e non comportarci per evitare di finire nei guai.

Introiettiamo talmente bene questa idea di una nostra corresponsabilità negli episodi più o meno gravi di molestie e violenza, che, pur senza esserne obbligate da nessun*, ci comportiamo in un determinato modo in base alle diverse circostanze.

Abbiamo vestiti che indossiamo solo in certi posti, in determinate occasioni, ci sono luoghi dove non andiamo dopo una certa ora e comunque dove evitiamo di essere da sole.

La nostra adolescenza, ammettiamolo, è stata tutto un fiorire di cose da non dire e da non fare, di vestiti da non indossare, di luoghi e persone da non frequentare per non cercarcela
Oh, sì, abbiamo comunque messo quei pantaloncini e siamo comunque uscite con quel tizio, ma la vocina che ci ricordava che "ce la stiamo cercando" non era affatto muta e in qualche modo tornare a casa "sane e salve" era quasi un sollievo.

L'idea della corresponsabilità della vittima è qualcosa con cui noi tutte abbiamo avuto e abbiamo a che fare. Scrollarcela di dosso fa parte di un percorso spesso faticoso, ma -almeno per me- necessario, di consapevolezza e crescita.

Quante volte, commentando un fatto di cronaca, i/le nostri/e interlocutori/trici hanno detto "eh, ma anche lei, cosa ci faceva lì a quell'ora"?
Quante volte abbiamo sentito dire "se si vestono così, poi che pretendono"?

E non lo hanno detto solo estranee ed estranei al bar. Lo hanno detto i nostri colleghi e colleghe, i compagni e compagne di università, magari anche qualche amica/o, gente che vive con noi, che frequentiamo.


"Te la cerchi", sempre e comunque. La colpa, in fondo, è anche un po' tua. 

Se vieni stuprata prima di tutto si cerca di capire a che ora eri ancora in giro, cosa stavi indossando, con chi eri, quale rapporto avevi con lo stupratore. 
Poi, forse, qualcuno dirà che la violenza è una cosa brutta e ti compatirà.

È esattamente qui che vive quel 27% di giovani maschi e il 20% di giovani donne d'Europa che ritengono la violenza sessuale "justifiable or acceptable in some circomstances", in questa idea che vestirsi e comportarsi in un certo modo sia un invito alla violenza o quantomeno la renda meno grave.

Che bere una birra in più sia una giustificazione valida per uno stupratore.
Che se si vuole uscire da sole la sera si deve sempre mettere in conto uno stupro o per lo meno una molestia.

E la cosa più dolorosa per me è leggere di quel 20% di donne che ha risposto che sì, la violenza sessuale in alcuni casi è "giustificabile". 

Vuol dire che quelle donne ritengono accettabile l'essere considerate oggetti, prede, qualcosa da usare a proprio piacimento.

Stando a quanto esce dalla ricerca citata dal Washington Post, in Italia una cosa come il 25% degli/delle intervistati/e ritiene che il sesso senza consenso (lo stupro) sia giustificabile se la vittima era vestita in modo troppo provocante.
Se aveva bevuto troppo o era drogata.
Se stava flirtando fino a un momento prima. 
Se non ha detto NO in modo abbastanza chiaro o non ha lottato. 
Se era in giro di notte da sola.
Se ha una vita sessuale attiva e promiscua.
Se è andata volontariamente a casa col suo stupratore.
Se lo stupratore "non ha capito cosa stava facendo".
Se lo stupratore si pente.

La vittima è quella che si deve continuamente giustificare, che deve dimostrare che non era d'accordo, che  il sesso senza consenso è SEMPRE stupro.

Da "Processo per stupro" sono passati 38 anni e pare ieri.




martedì 31 gennaio 2017

Basta mamma.

Davvero, basta.

Basta, per favore.
Io capisco che col dibattito sulla gestazione per altr* si stia giocando una partita pesantissima per molte, ma davvero, basta con la retorica sulla maternità. 
Perché è solo per attaccare la GPA che state tirando fuori tutto questo amore per la maternità, ne sono più che convinta.



Possibile che non riusciate a capire quanto sia violento il vostro continuo sottolineare come siano un utero e della prole a fare una donna?
Possibile che non vi sfiori l'idea che ribadire ogni giorno che quello che ci rende veramente donne è la nostra capacità di mettere al mondo qualcun* possa essere una stilettata nel petto di chi per i più svariati motivi non può farlo? 
Possibile che non vi interessi sapere che ci sono milioni di donne al mondo che non vogliono essere madri?

O forse, banalmente, non vi interessa e vi pare accettabile camminare sulle persone pur di dimostrare le vostre verità immutabili.


Capisco la vostra ansia davanti a un mondo che non è quello che ci hanno insegnato a scuola, capisco che abbiate paura e forse orrore di chi non vive come la vostra idea di "natura" vorrebbe, ma la vostra violenza non vi rende affatto diverse (sì, uso il femminile, perché siete voi donne a farmi male, quello che pensano gli uomini sapete che mi interessa ben poco) dalle varie Miriano o Meloni.

Non mi tocca più di tanto se Terragni scrive una delle sue tante sparate, ma quando sono donne che credevo compagne e sorelle a darle credito, allora sì, sto male. 
Chi è una donna? Una donna è una che può mettere al mondo un altro/a. Solo una donna può farlo. Ogni altro ragionamento
è invidia misogina
Non è la possibilità che ho di mettere al mondo qualcun* a rendermi una donna.
Le donne possono essere sterili, possono non avere l'utero, possono non essere nate femmine. Non è l'apparato riproduttivo funzionante che mi rende quella che sono.

E una donna sterile?
Una donna malata?
Una donna che non è nata femmina?
È tutta invidia misogina?

Basta con questa squallida mistica della maternità.
Non sembrate ormai nemmeno capaci di produrre un pensiero interessante, siete ferme alla donna come macchina da riproduzione, come ci volevano i fascisti.

Basta pensare che una donna possa dirsi realizzata e completa solo se madre.
Davvero, fatela finita, siete fuori dal mondo. 

lunedì 30 gennaio 2017

Il gentil sesso a la reverse.

Come spesso mi succede sono di nuovo chiedermi cosa sia a spingere certi maschi ad affannarsi tanto per spiegare come dobbiamo essere noi donne, come dobbiamo comportarci per non tradire la nostra "indole" e la nostra "natura", quali siano i modi, le parole e i pensieri che dobbiamo avere per essere davvero donne, in primo luogo ai loro occhi.

Me li immagino, poveri, mentre faticosamente cercano le parole adatte per illustrarci in modo semplice, chiaro e finalmente definitivo quale sia la nostra "femminilità naturale", come la chiama sagacemente Luca Gritti nel suo "L'altro femminismo", e soprattutto quali siano le istanze che possiamo portare avanti senza dimostrare una volta ancora che in fondo si tratta sempre e solo di invidia del pene.

Prendendo come spunto la Women’s March, Gritti cerca di dimostrare come "l'allarmismo un po' isterico" (isteria. Ah, che novità) e la "retorica stantia" del femminismo non conducano ad altro che ad un "machismo a la reverse" (in pratica il famoso maschilismoallincontrario, che però in francese suona effettivamente molto meglio) e per dare sostanza alle sue parole arriva a scomodare Woolf e Aleramo, che considera sue alleate contro le "confuse astruserie ideologiche" al cui altare verrebbe rinnegata la sopracitata "femminilità naturale".

Woolf e Aleramo, è vero, ci dicono che non dobbiamo imitare gli uomini, che il pensiero e la letteratura delle donne devono essere, appunto, femminili, in quanto nostra espressione e prodotto delle nostre menti e dei nostri cuori di donne. 
E il femminismo, piaccia o no, ci ha insegnato che le donne sono tante, che siamo diverse, che ognuna ha le proprie idee, i propri pensieri, i propri modi che in nessun caso possono essere incasellati in quella non ben specificata "femminilità naturale" che tanto sembra ossessionare certi uomini. 
Non c'è senso di inferiorità e non c'è scimmiottamento: non è roba che ci interessa. Siamo parecchio oltre.

Spiace dover far presente a Gritti che non sta dicendo niente di nuovo, niente di “dissidente” (si chiama così la rivista su cui scrive: L'intellettuale dissidente) o di scomodo, ma che anzi sta viaggiando in grande compagnia sui binari del più trito degli stereotipi, per il quale il femminismo insegnerebbe alle donne a comportarsi come i maschi, a copiarne le dinamiche, a imitarne i comportamenti (per bieca promozione personale rimando al mio elenco in continuo aggiornamento sugli stereotipi e i luoghi comuni su femminismo e femministe).

Il femminismo, cui se non altro qui pare essere riconosciuto il merito di aver "consentito a sempre più donne di guadagnare autonomia ed indipendenza economica dagli uomini", ormai sarebbe nient’altro che un'ideologia "insensata e incomprensibile", che si allontana dalla sensibilità e dall'indole della maggioranza del gentil sesso"con la sua "volontà di sottrarre alla donna le sue caratteristiche più proprie attribuendole caratteri e modi maschili".

In tutta onestà io non so bene quali sarebbero le mie caratteristiche più proprie ed è un peccato che, mentre ci chiama "gentil sesso", Gritti non sia riuscito a trovare un attimo per spiegarci quali sarebbero le nostre caratteristiche più proprie. 
Io ci provo a capire quale debba essere la mia indole in quanto rappresentante del gentil sesso, io voglio tantissimo evitare di “scimmiottare” gli uomini, ma da sola proprio non ci arrivo.

Ho chiesto lumi su Twitter al diretto interessato (o quantomeno all'account della rivista per cui scrive), ma mi è stato risposto che per spiegarmi certe cose non basterebbero "10 anni di analisi, figuriamoci 140 caratteri". 

Mi sa che il problema è che sono obnubilata dalla fica e quindi non ci arrivo.

Io giuro che ce la metto tutta, ma non r
iesco in alcun modo ad afferrare una volta per tutte quali siano le mie caratteristiche più proprie in quanto donna. 

Io, per dire, non sapevo  che pretendere di essere trattata alla pari degli uomini, pretendere i loro medesimi diritti e doveri, pretendere di non vedermi negato nulla perché non ho un pene fosse attribuirmi “caratteri e modi maschili”. 

Davvero, io non lo sapevo. 

Se ho sbagliato e mi sono allontanata dalla mia vera natura di gentil sesso chiedo scusa e cercherò di imparare e di lavorare per avvicinarmi sempre di più alla mia "femminilità naturale".