mercoledì 20 settembre 2017

Tutte le volte che non sono stata accorta.

In risposta al tweet di cui parlavo ieri, in molti hanno lamentato la scarsa prudenza delle donne, che dovrebbero imparare ad essere più attente per evitare brutte situazioni, molestie e stupri, così stamani ho iniziato a pensare a tutte le volte in cui non sono stata abbastanza "accorta".

Di certo non sono stata accorta quando il vecchio vicino di casa mi strinse, mi mise una mano sul culo e strusciandosi ansimante mi chiese di andare con lui "alla baracchetta". Ma avevo otto o nove anni e a quell'età ci si fida. Non so se vale, ma intanto la metto in lista.

Non sono stata accorta quando sul 57 un tizio mi mise la mano in mezzo alle gambe. Gli diedi uno spintone usando lo zaino come "arma": dentro ci stava il Rocci, spero di avergli fatto male.

Non sono stata accorta insieme a mia madre quando due tizi in macchina ci chiesero "una pompa". Mamma gli corse dietro con la sua Panda 750, li affiancò e disse loro cose irripetibili. Poi mi disse "se ti succede e sei sola, strilla e poi scappa". Mi stava accompagnando a scuola, credo fosse alle medie.

Non sono stata accorta quando un tizio mi seguì dal garage fino a casa borbottando cose che non capivo. 

Non sono stata accorta quando due tipi mi affiancarono in motorino sulla Gianicolense invitandomi a fare cose con loro.

Non sono stata accorta quando il prof. di Storia delle Relazioni Internazionali mi guardava le tette durante l'esame.

Non sono stata accorta quando al mare sola qualcuno ci ha tenuto a dirmi quanto fossi "carina" e mi ha chiesto se volevo compagnia.

Non sono stata accorta tutte le volte in cui per strada mi sono stati chiesti pompini, la fica, il culo, seghe, varie ed eventuali.

Non sono stata accorta quando sul treno il controllore venne nel mio scompartimento a dirmi che sola non era sicuro, ma potevo sempre andare con lui, che si stava anche più comodi.

Non sono stata accorta le innumerevoli volte in cui "casualmente" qualche mano è finita non richiesta sul mio culo.

Non sono stata accorta quando stavo entrando in macchina e un tizio in motorino ha accostato per chiedermi dove stava via della Giuliana e poi si è tirato fuori il pisello, ha iniziato a farsi una sega e mi ha chiesto se volevo continuare.

Non sono stata accorta quando guidando il motorino coi miei bei vestitini estivi sono stata oggetto di "complimenti" non desiderati ed espliciti inviti a spogliarmi.

Queste sono quelle che mi sono venute in mente a freddo.
So che se mi fermassi a pensare ne troverei parecchie altre.

Perché se è vero che "non tutti gli uomini", vi assicuro che è verissimo che invece "tutte le donne".

A tutte noi è capitato di essere molestate, di esserci sentite a disagio o in pericolo. 
A qualcuna è andata molto peggio e non tutte sono qui a raccontarlo.

Quindi, quando piagnucolate perché le nazifemministe cattive vi trattano come bestie e avete paura che vogliano castrarvi, fate un favore, andate affanculo da soli e non fateci perdere tempo.

martedì 19 settembre 2017

Di educazione, castrazioni e cazzate varie.

8 marzo 2016 - Roma
Spinta dalla strepitosa campagna antistupri de Il Messaggero, ho avuto la brillante idea di tweettare: "Leggo di app antistupro, di taxi dedicati, di telecamere e lampioni. Manco un cazzo di accenno all'educazione dei maschi. Siamo noi che dobbiamo imparare a non farci stuprare. Sempre. Da sempre.

Mi sembrava una cosa banalotta, a dirla tutta, una di quelle che dico sempre e che di solito sono accolte da un "cheppalle questa, sempre le stesse cose", ma l'ho voluta scrivere ugualmente.

Non l'avessi mai fatto!

Mai avute tante interazioni in anni di fregnacce in rete.

Io ero lì a ribadire l'ovvio, cioè che sarebbe ora di smetterla di colpevolizzare le donne vittime di violenza, di spiegarci come non essere stuprate e cominciare invece ad insegnare agli uomini a non stuprarci.

Insomma, non era altro che l'ormai per me trito discorso sull'educazione, la solita idea secondo cui se da subito si insegnasse che le donne non sono oggetti da possedere ed usare a piacimento, forse si potrebbe pensare di poter cambiare le cose. 

Invece no.

Stando alle risposte e alle discussioni nate da quel tweet, a quanto pare quello che è arrivato a molti e molte (!) sarebbe la mia convinzione che gli uomini siano tutti stupratori per natura.



Quello che ho notato nelle troppe interazioni è stata la solita, noiosa, inutile ed estremamente fastidiosa corsa al "non tutti gli uomini", ai "sì, ma...", e alla temibile "prudenza" consigliata alle donne.

Perché va bene tutto, ma per prima cosa tu, femmina, devi essere "accorta" e "vigile" per non metterti nei guai e per "prevenire da ambo le parti", che è sempre meglio "che curare il danno" (sono tutte citazioni, eh).
Solo così, forse, potremo evitare le violenze.
Forse.
Perché ci sono anche quelle in casa, in ufficio, in palestra, a scuola... Lo stupratore non è solo il tizio che spunta fuori nel buio, ti minaccia di morte e abusa di te. Spesso è tuo marito, il tuo compagno, il datore di lavoro, il vicino di casa, tuo padre.

Perché, diciamola tutta, l'uomo ha i suoi istinti ancestrali, come dice il Senatore D'Anna, quindi non è che possiamo pretendere molto.
Impariamo piuttosto a stare composte e silenziose al nostro posto, possibilmente alla luce del sole, in luoghi affollati ma non troppo e con un abbigliamento consono.

Ho constatato una volta di più l'enorme difficoltà (ahimè non solo maschile) nel nominare la violenza di genere per quello che è e l'incapacità (o la non volontà) di accettare e riconoscere l'esistenza di una violenza agita dagli uomini sulle donne.

Stigmatizzarla e nominarla non vuole in alcun modo insinuare che gli uomini siano tutti stupratori o femminicidi.

È offensivo attribuirmi un pensiero tanto idiota.

Ed è umiliante dover ripetere ogni volta le stesse cose.

Ma  ripensandoci è molto più semplice vederla così: la femminista vuole che si parli di "educazione dei maschi", perché è una misandrica nazifemminista che sogna la "castrazione dei neonati".

L'imbecillità e la cattiva fede della gente continuano a lasciarmi basita.

Io, che ogni volta che il discorso sull'educazione dei maschi sogno che tutti quelli che mai nella vita potrebbero anche solo immaginarsi quali prevaricatori, sfruttatori, stupratori, femminicidi prendano pubblicamente posizione non per dire "io non sono così", ma per affermare che la cultura nella quale sono (e siamo) cresciuti è una cultura patriarcale che vede lo svilimento continuo del femminile come qualcosa di normale ed accettabile e che non sono più disposti ad accettarla.

Oh, sia chiaro, io so benissimo che uscire dal privilegio è difficile e faticoso. 
Insomma, come scrive Lorenzo Gasparrini nel suo "Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni": 
A un bambino, a un uomo, il patriarcato offre molto: un potere duraturo sulle donne e su chi non è eterosessuale, un mondo costruito su quel potere [...]
Abbandonare il privilegio costa fatica e può essere doloroso.
Ma si può fare.

Conosco uomini che lo stanno facendo, che ogni giorno provano ad uscire da quella cultura che sottomette anche loro, ponendosi domande e cercando di cambiare atteggiamenti.

E non crediate che questa lotta continua non abbia un prezzo anche per le donne.
Parlare apertamente di patriarcato, di cultura dello stupro, di femminismo non è semplice. E scrollarsi di dosso atteggiamenti, parole e convinzioni è una fatica quotidiana pressoché infinita.

Questo intendo per "educazione".
L'uscita da un sistema che insegna che "l'uomo è cacciatore", che "l'istinto dell'uomo" è quello e che la donna deve solo trovare il modo di salvarsi.

Sono convinta che se non cominciamo a parlarne apertamente con ragazzi e ragazze non ne usciremo tanto facilmente.

giovedì 14 settembre 2017

Chi è che stupra?

Mi chiedevo, di chi è la colpa di un delitto?

Se c'è un furto, la colpa è del ladro.
Se c'è una rapina, la colpa è del rapinatore.

Il rapimento ha il rapitore, l'omicidio l'assassino e via così.
Facile e lineare, son quelle cose che impari alle elementari con i disegnini sul sussidiario.

Solo che poi si arriva allo stupro. 

E chi ha la colpa di uno stupro?

"Lo stupratore!" diranno subito le mie piccole lettrici. No ragazze, avete sbagliato. (semicit.)

Per lo stupro la faccenda è più complicata di così.
Lo stupro è l'unico delitto per cui si hanno decine, centinaia, migliaia di colpevoli che non necessariamente coincidono con lo stupratore. Sarebbe così banale!

Qualche esempio, giusto per capire di cosa parliamo.

Colpa di uno stupro può essere la notte, una strada isolata, il gran caldo, una gonna, una maglietta, un paio di birre, le canne, la noia, l'orario, il quartiere, il colore della pelle, il mestiere, la provenienza, l'occupazione, l'istruzione ricevuta.

Ma più di ogni altra cosa, la colpa dello stupro è la donna.

Lo dicono in tanti/e da sempre, a volte a mezza bocca, quasi per non farsi sentire, come se si avesse vergogna di dire che, insomma, se ti stuprano la colpa è tua.

Finalmente, però, Lucetta Scaraffia su Il Messaggero non ha paura di prendere posizione e ci dice senza mezzi termini e ipocrisie come stanno le cose nel suo "manuale per le donne".



Innanzi tutto la colpa è di una che accetta passaggi dagli sconosciuti, tanto più alle 4 del mattino
Quindi se ti stuprano con ogni probabilità la colpa è tua che non hai ascoltato gli insegnamenti che di certo qualcuno deve averti dato. So' le basi. Gli sconosciuti, le caramelle, i passaggi, 'ste cose qua.

Senza contare poi che il mito della raggiunta eguaglianza con gli uomini stia portando a effetti perversi, che fanno si che molte ragazze ormai girino di notte senza prendere le più elementari precauzioni
Purtroppo Scaraffia non ci offre un elenco delle precauzioni più elementari, ma possiamo immaginare comprendano maglioni larghi, capelli arruffati e magari zozzi, pantaloni  che non lascino vedere le forme, scarpe comode per correre e magari un maschio accanto. La cintura di castità è fuori moda, ma ha sempre dato ottimi risultati.
In ogni caso mai, mai, mai credere nell'eguaglianza con gli uomini. Questa folle idea è pericolosissima ed è una grande causa di stupro.

Quindi dobbiamo essere prudenti e usare precauzioni. 
Meglio ancora dovremmo rimanere in casa, soprattutto di notte, almeno lì alle brutte ci stupra qualcuno che conosciamo già.

Ma sopra ogni cosa, amiche mie, la colpa è sua, di quello schifoso, infido, immondo, riprovevole Femminismo
Il femminismo infatti ha rigettato con orrore l'idea che le donne avessero bisogno di protezione, preferendo inseguire una libertà dal loro destino biologico, cioè negando sia la maternità sia la maggiore fragilità, per arrivare a equipararle in tutto e per tutto ai maschi. [...] La debolezza di questo progetto, così evidentemente utopistico, è stata pagata a duro prezzo da quelle donne, soprattutto giovani, che hanno creduto di non avere più bisogno di cautele. In realtà, un rapporto più libero e consapevole con il proprio corpo non deve escludere la necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile, per prevenirli.
Maledetto Femminismo, che ci ha parlato di gioia, di libertà, di indipendenza.

Che ci ha promesso un'esistenza piena così come la desideriamo, che ci ha detto che siamo forti, che possiamo tutto, che non dobbiamo piegarci mai.
Che ci ha detto che il nostro destino non è essere madri, ma che possiamo decidere noi stesse cosa fare delle nostre vite. Magari addirittura fare figli. Decine di figli e figlie.

Lui, che ci ha illuse cancellando l'antica idea che gli uomini devono proteggere le donne, che ci ha detto che avremmo potuto andare per il mondo da sole, magari alle 4 di notte, magari con una gonna corta e la canottiera aderente. 

Ancora una volta ho imparato qualcosa: se mi stuprano la colpa sarà sempre e solo mia, che mi ostino a non accettare il mio destino, quello di un essere debole e inferiore e bisognoso di una corazza protettiva, possibilmente maschile.

Ho imparato che prima ancora di educare i maschi a non violentarmi devo essere educata io a restare al mio posto, quello stesso posto che mi è stato assegnato duemila anni fa, un posto di subalterna, di comparsa.

Devo ricordarmi bene di questi insegnamenti, perché in tutti questi anni al contrario ho sempre pensato che la colpa dello stupro fosse dello stupratore.

venerdì 8 settembre 2017

Raccontare la violenza. Un esempio.


Due studentesse americane a Firenze hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri.
Non sono io a dover fare indagini e processo, quindi non è questo il luogo dove gridare alla colpevolezza o meno dei due.

Non voglio nemmeno giocare al "trova le differenze" tra la narrazione di questa violenza e gli stupri di Rimini, è troppo facile e lo stanno facendo tutt*, spesso scadendo parecchio in basso: fare classifiche tra lo stupro compiuto da stranieri e da italiani fa schifo, sia che lo facciano i vari Salvini, Zanardo e Meloni, sia che lo facciamo "noi" nel tentativo di dimostrare l'ovvio e cioè che sono gli uomini che stuprano e che la provenienza geografica, la religione, il colore della pelle non c'entrano niente.


Quello che qui mi interessa è il racconto della vicenda ad opera di uno tra i più importanti quotidiani nazionali. Evito volutamente di leggere carta straccia come Libero o Il Tempo, sarebbe penoso.

E’ una storia che fa rabbrividire quella che si sta consumando in queste ore a Firenze. Ancora oscura, strampalata, piena di dubbi e incongruenze, messaggera di verità o di menzogna e che rischia di gettare ombre e fango su un’istituzione, i carabinieri, simbolo di legalità e giustizia. In attesa dell’esame del Dna, che fugherà ogni dubbio, l’unica cosa certa, è che le ragazze hanno bevuto molto e una di loro aveva fumato cannabis: lo hanno confermato i test alle quali sono state sottoposte giovedì pomeriggio e il loro stato, se la violenza fosse confermata, aggraverebbe la posizione dei carabinieri perché le “vittime” non sarebbero state in grado di intendere e di volere e anche se i presunti violentatori dichiarassero che erano consenzienti l’accusa di violenza sessuale non cadrebbe e anzi ci sarebbero delle aggravanti. Le due ragazze avevano un assicurazione che prevede anche una copertura in caso di stupro. [Marco Gasperetti, Il Corriere della Sera, i grassetti sono miei.]
Ombre e fango sull'istituzione, alcool e cannabis, assicurazione sullo stupro. 
In appena un paragrafo Gasperetti di fatto giudica le due ragazze e offre la sua versione dei fatti. 
Mancano le gonne corte, l'ora tarda e il classico "se la sono andata a cercare", ma il livello è quello.


Eppure, se è vero che ancora non si sa nulla, se è vero che ancora non ci sono i riscontri del DNA, se e vero che ancora sono in corso le indagini, un giornalista dovrebbe limitarsi alla pura cronaca: due ragazze americane hanno accusato di stupro due carabinieri. 
Ma con poche, studiate parole il tarlo del dubbio è insinuato.
Le due fumano e bevono, di certo sono due poco di buono.
Basta leggere i commenti alla notizia sui vari social per rendersene conto.
Come osano due puttanelle americane gettare discredito sulla Benemerita?
Cosa ci facevano in macchina con due Carabinieri?
Perché si sono fatte accompagnare a casa?



Dei due presunti stupratori non sono stati resi noti i nomi, non abbiamo i loro profili Facebook da spulciare, non sappiamo se hanno madri, sorelle o fidanzate. Non conosciamo i loro volti, non ci sono foto a ritrarli sorridenti al mare con gli amici o in divisa nel giorno del giuramento con mamma e papà. 
Raramente è stata usata la medesima premura per altri accusati. O per le vittime, che troppo spesso sono gettate in pasto a un pubblico sempre più bramoso di dettagli quanto più possibile sporchi, dolorosi, macabri, come è stato per gli stupri di Rimini.

E questo è indicativo di un certo modo di fare giornalismo, che pare mutare in base al colore e al mestiere dei protagonisti delle vicende.


'n omo, 'na donna, 'na donna, 'n omo... * Il Maschio Femmina di Gramellini.


Gramellini è un grande.
Una carriera basata su luoghi comuni, frasi fatte e sciocchezze incomprensibili. 
Concetti (?) buttati alla rinfusa in una specie di centrifuga, mischiati come viene e poi rimessi insieme in un italiano semplice e di facile lettura, perché possa essere condivisa a destra e sinistra, da uomini e donne.

Davvero, un genio.

L'ultima perla (in ordine puramente cronologico: so già che arriverà di meglio) è un'interessantissima descrizione del "Maschio Femmina", essere mitologico che in pratica piscia seduto, si lava, pulisce casa e lascia guidare la compagna. 
Una cosa che nel 2017 per i Gramellini deve risultare ancora parecchio spiazzante, ma che alcune di noi conoscono da qualche decennio. Io, per dire, ho un padre così.

Il pezzo di Gramellini, ospitato ne "Il tempo delle donne", il ghetto rosa che il Corriere della Sera ha ritagliato per noi femmine tra un culo, due tette e il gossip su chi scopa chi, è un concentrato di luoghi comuni su uomini e donne talmente esagerato da sembrare una presa in giro. Anche se stiamo parlando di Gramellini.
Donne che guidano e maschi al posto del passeggero. Dove andremo a finire di questo passo, io proprio non lo so.

Davvero nel 2017 si fanno ancora battute sui maschi che si lavano le ascelle e usano l'aspirapolvere? Davvero ancora si può prendere in giro un uomo che fa il padre giocando e badando ai propri figli? 

Oddio, sì, si fanno, ma insomma, in un posto chiamato "Il tempo delle donne" la cosa sembra ancora più assurda.

Ma al di là delle cazzate tipiche del gramellinismo, c'è una cosa che mi ha lasciata parecchio perplessa:
Purtroppo anche il Maschio Femmina può trasformarsi in un mostro, quando si sente abbandonato. Resta incapace di chiudere una storia in modo netto e di reggere il distacco. Ogni storia che finisce rinnova il suo trauma primordiale, quello sganciarsi dal grembo della donna al momento di nascere che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. La sua, anche al netto dei casi di cronaca nera, è una forma di dipendenza che si nutre di falso orgoglio e autentico egoismo. Ma un uomo, ancorché modificato, serve ancora a qualcosa?
Aiutatemi a capire.
Cosa vuol dire "può trasformarsi in un mostro quando si sente abbandonato"?  Cosa significa "al netto dei casi di cronaca nera"

Si sta forse suggerendo che quando un Maschio Femmina, quello che ci sembra "migliore" perché usa il deodorante, può arrivare ammazzarci ("diventare un mostro"), se si sente abbandonato?
Si sta forse dicendo che la colpa è delle donne ormai troppo forti, indipendenti, che addirittura guidano la macchina e che abbandonano i maschi trasformando in assassini anche i migliori di loro?

Non sarebbe la prima volta e temo non sarà nemmeno l'unica.  
È la strada più battuta, in fondo, la più semplice.
La nostra indipendenza svirilizza i maschi che si sentono castrati e quindi ci ammazzano.
Quante volte l'abbiamo già sentita?

Continuo a chiedemi come diamine sia possibile dare ancora credito a chi scrive tali pericolose assurde banalità e addirittura ospitarle in luoghi pensati "per le donne" (sì, lo so, è il Corriere, non posso aspettarmi molto). 
Come a volerci ricordare che va bene tutto, ma certe cose, care, non sono per noi. 

P.S. Gramellini, lascia stare Totti, quelle lacrime allo stadio sono state le nostre e se non le hai capite, povero te.

* In viaggio con papà, Alberto Sordi, 1982

venerdì 1 settembre 2017

Violenza, razzismo e corpo delle donne.

Ciclicamente i media mainstream sembrano accorgersi che -sorpresa!- gli uomini stuprano le donne. Anzi, che le donne vengono stuprate, e vi assicuro che il fatto che venga usata la forma passiva del verbo ha un significato forte di cui prima o poi sarebbe il caso di ri-parlare.

Comunque, perché ciò accada, perché i media si interessino di violenza sulle donne e lascino per un attimo da parte deliri sul ritorno alle sane abitudini delle mamme anni 50 o la lunghezza delle gonne al Festival di Venezia, è in primo luogo preferibile che la violenza (o le violenze, nei casi di maggior fortuna per i/le giornalisti/e e gli/le opinionisti/e) sia particolarmente brutale.

Questa settimana è stata notevolmente prolifica da nord a sud, in particolare grazie alla duplice violenza di Rimini, dove quattro uomini hanno stuprato a turno due donne.
A quanto pare i quattro stupratori sarebbero stranieri, si dice nordafricani o comunque negri e quale migliore occasione per cominciare una nuova guerra da combattere sul corpo delle nostre donne?

Guardatevi intorno, chiunque ha qualcosa da dire su quegli stupri. Oddio, ad essere oneste su uno di quegli stupri, visto che il secondo stupro è stato su una donna transessuale e, insomma, dai, sticazzi.

Anzi, per essere oneste fino in fondo dobbiamo dire che non si sta parlando di quella violenza sessuale, ma soprattutto di "quattro vermi magrebini", come li chiama Meloni.

Perché quello che sto notando è che ciò che pare interessare maggiormente è la provenienza geografica degli stupratori.
Certo, mi sa che qualcuno avrebbe preferito che i quattro negri islamici (sì, il pubblico da casa sa già tutto) avessero violentato a turno due donne italiane e non una polacca e "un trans" che fa la puttana. Sarebbe stato perfetto per il sempre di moda "difendiamo le nostre donne". Ma non si può avere sempre tutto.

Oggi ho visto una decina di articoli in cui si parla di "emergenza stupri", della "pazza estate degli stupri", in cui si fa la conta per capire se ci violentano di più gli immigrati clandestini che prendono 35€ al giorno negli hotel o gli italiani.

Lo stupro usato per giustificare il più becero razzismo, a ulteriore dimostrazione -se mai ne avessimo avuto bisogno- che è sempre sul nostro corpo di donne che si combattono le guerre più zozze.

No, non è un'emergenza.
Non è questione di geografia, di condizioni economiche, di religione.

È la cultura patriarcale, che in questo paese ci teniamo volentieri ben stretta.
È l'idea che una donna sia un oggetto da possedere, un essere inferiore da sfruttare, da abusare...

E sono sempre gli stessi discorsi, le stesse parole, che andiamo ripetendo da anni e che nessuno sembra davvero voler capire.

E fa male.

mercoledì 10 maggio 2017

Giudice, giuria e boia.

Molte delle parole usate per raccontare la tragedia di Trieste sono ai limiti della barbarie.
La cronaca ricorda altri episodi simili ed egualmente tristi, ma la coincidenza con la festa della mamma è troppo ghiotta e c'è chi ne approfitta da brav* avvoltoio per cogliere la palla al balzo. 



L'Huffington Post offre l'esempio più limpido di questa barbarie, con l'articolo di Dirani "La festa della mamma di un'assassina".


Un concentrato di cattiveria puro, come raramente si è visto. 
Roba da fare impallidire Adinolfi per il grado di ferocia, cinismo e crudeltà vomitato su una sedicenne. 

La storia è drammatica e, ahimè, fin troppo già sentita: una ragazzina di sedici anni è incinta, pare che nessuno in famiglia se ne sia accorto. La ragazza partorisce in casa, presumibilmente sola, e cala la bimba appena nata, avvolta in una busta, dalla finestra. 
La bimba viene ritrovata da una passante e portata in ospedale, dove muore ore dopo.

Terribile.

E qui finalmente Dirani ha l'occasione di vomitare i suoi giudizi senza nemmeno per un attimo fermarsi a pensare a ciò che può essere passato per la testa di una sedicenne in quella situazione.

Ha scritto che nemmeno una bestia avrebbe fatto mai una cosa simile, perché perfino le bestie hanno l'istinto materno e «tra infiniti cuccioli non sbaglieranno mai ad afferrare tra i denti il proprio per tenerlo al sicuro».
Una scarsissima conoscenza del mondo delle "bestie" e un'enorme dose di cattiveria, una bella metafora per farci odiare quella stronza assassina che è meno di una iena davanti ai suoi cuccioli in pericolo.

Le augura di essere  perseguitata dalla festa della mamma «ogni giorno di quel che resta della tua povera vita».

Nemmeno per un attimo Dirani è parsa fermarsi a pensare a cosa possa aver spinto una sedicenne a comportarsi così.

Per lei, Donna, prima. Giornalista, poi., come si presenta sul suo blog su Huffington Post, tutto è limpido: quella ragazza è un mostro. 

Lei, Dirani, sa già tutto.


È facile per Dirani e quell* come lei parlare di leggi, possibilità, alternative.
Dirani non è una sedicenne incinta. 
Dirani, soprattutto, non è quella sedicenne incinta.

Eppure sembra sapere tutto di lei e sulla sua famiglia: è una bestia, un'ignorante, una carogna.
Sua madre è «Distratta, incurante, menefreghista, superficiale... o forse, molto più banalmente, lontana dalla vita di sua figlia.»

Dirani sa tutto di loro. E dall'alto del suo sapere giudica e condanna. 
Dirani e chi con lei sta vomitando odio su quella ragazza non sa e non si chiede perché abbia scelto di portare avanti quella gravidanza, perché non abbia abortito.
Non sanno e non si chiedono se quella ragazza sia mai andata da un medico, se abbia parlato con qualcuno, se a scuola o a casa qualcuno si sia accorto che stava succedendo qualcosa, se qualcuno le abbia offerto aiuto. Se lei lo abbia mai chiesto.
Non sanno e non si chiedono cosa sia stato per lei essere incinta, partorire, abbandonare quella bambina e saperla poi morta.

A Dirani e a quell* come lei non interessa quella ragazza, ma sono tutte e tutti pront* a giudicare, maledire, chiedere pene di morte ed ergastoli.


Giudice, giuria e boia.